"Perché hai voluto parlare di ciò che è successo vent'anni fa?" chiese Sanem a Can una volta rimasti soli.
"E perché non avrei dovuto? Quello che ho detto è semplicemente la verità. Non credo che riconoscerla sia un errore o un segno di debolezza, al contrario, ammettere di aver sbagliato penso sia un atto di coraggio e spero che Amina e Babu lo capiscano. Non è giusto che loro mi vedano come un eroe, perché non lo sono. Adesso sono delusi, forse anche arrabbiati ed è comprensibile, ma sono dei ragazzi in gamba e sono fiducioso che possano perdonarmi..."
"Ma tu a loro non hai fatto nulla..."obbiettò Sanem.
"Oh sì, invece... Ho infranto un sogno e mi dispiace, ma sarebbe stato peggio se avessero continuato a credere che il loro padre è senza colpa e senza macchia... Adesso, però", continuò Can "parliamo di Efe... Non hai detto nulla, come mai?"
Sanem sospirò: "Non lo so, ma non credo che una gravidanza, per quanto improvvisa, sia una tragedia..."
"Nemmeno io lo penso", la interruppe Can.
"Lo so, tesoro, forse mi sono espressa male... Non credo ci sia un'età giusta per avere un bambino, quando due persone si amano. Succede e basta..."
"Quindi non sei preoccupata che Efe e Isabella debbano rinunciare ai loro progetti?"
"No, perché credo che i loro progetti, al massimo, debbano essere solo rimandati."
"Al massimo?"
Sanem guardò Can e sorrise: "Dove vuoi arrivare con questo discorso?" chiese, intuendo che lui stesse pensando a qualcosa, e infatti:
"Quando sono partito per il Congo avevo cercato di mettermi in contatto con te, ma senza riuscirci. Sapevo di essere stato a dir poco ingiusto, così chiesi a Metin di istituire un fondo fiduciario a favore di Efe... In qualche modo volevo assumermi le mie responsabilità, almeno nei confronti di mio figlio. Ecco, pensavo che potremmo usare quel fondo adesso, per permettere a Efe di occuparsi economicamente di Isabella e del bambino senza dover rinunciare all'università... Che ne pensi?"
Sanem rimase senza parole. Di comune accordo avevano messo da parte dei risparmi per tutti e tre i loro figli, ma di quel fondo non ne sapeva niente. Questo significava che Can aveva sempre avuto a cuore il futuro di Efe, che dentro di sé aveva sempre saputo essere sangue del suo sangue e che non si era trattato di un "pentimento" dovuto alla prigionia.
"Non ne sapevo niente, del fondo, intendo..."
"Lo so e ti chiedo scusa, ma non ce n'è mai stata occasione... fino a questo momento... Allora che ne dici?"
"Dico che mi hai sorpreso, Can Divit, di nuovo, che ti amo per questo e che la tua è una splendida idea!"
"D'accordo! Più tardi parlerò con Efe... Ora credo sia meglio che vada ad affrontare Babu!"
Prima che la lasciasse Sanem si rifugiò tra le sue braccia: "Non temere, sei stato e sei un ottimo padre e i ragazzi lo sanno..." lo rincuorò.
Davanti alla porta della camera di Babu, Can si fermò un attimo a raccogliere le idee prima di bussare leggermente e chiedere il permesso di entrare.
"Vieni pure", rispose il ragazzo.
"Mi dispiace", esordì Can "Mi dispiace di averti deluso."
"In realtà non lo hai fatto, intendo dire che non mi hai deluso... anzi credo che tu abbia avuto coraggio ad ammettere davanti a tutti noi quanto tu sia stato vigliacco, perché non saprei come altro definirti." C'era una nota di amarezza e rimprovero nel tono della sua voce, ma come dargli torto?
"In ogni caso non spetta a me perdonarti, io all'epoca non c'ero e non è a me che hai fatto del male, ma alla mamma e a Efe e se loro sono stati capaci di dimenticare a me sta bene."
"Lo pensi davvero?"
Seguì un istante di silenzio, durante il quale Babù osservò attentamente suo padre.
"Sì lo penso davvero papà. Tu non mi hai giudicato quando hanno scoperto che avevo abusato degli antidolorifici, non vedo perché debba farlo io adesso... Direi che così siamo pari."
Can sorrise, Babu, quando doveva esprimere un'idea, era sempre diretto, non usava giri di parole e non cercava abbellimenti: arrivava dritto al punto, qualunque esso fosse. In quella circostanza gli aveva fatto capire chiaramente che non lo giustificava, ma che era disposto a metterci una pietra sopra.
"Ti ringrazio, figliolo."
"In realtà ho capito una cosa", proseguì Babu e Can, guardandolo incuriosito, attese che continuasse.
"Ecco ho capito che la vera forza non risiede nei muscoli, ma nel cuore e nella mente. E' solo con quella che possiamo cambiare le cose, e mamma e Amina lo hanno dimostrato..."
"Hai ragione, hai dannatamente ragione e io ringrazio Allah ogni giorno per avermi fatto incontrare Sanem che, donandomi il suo cuore, ha permesso al mio di battere."
Finito di parlare con Babu, Can decise che non c'era motivo di ritardare ancora la sua chiacchierata con Efe, così si diresse verso la stanza del ragazzo che, proprio in quel momento, era al telefono con Isabella.
Pur sapendo di fare una cosa sbagliata, non riuscì a trattenersi e, posando un orecchio alla porta, si mise a origliare.
"Gliel'ho appena detto ...e non mi pare che l'abbiano presa male. Papà ha assicurato che ci darà una mano..."
Efe smise di parlare, ma riprese poco dopo utilizzando un tono più deciso: "Te lo ripeto Isabella, voglio sposarti perché ti amo e non perché aspetti un bambino da me. Te lo avrei chiesto comunque; la gravidanza ha solo anticipato i tempi. L'ho detto ai tuoi genitori e lo dico a te: non mi comporterò come lui, ti starò accanto... sempre e vedrò nascere mio figlio!"
STAI LEGGENDO
RITROVARSI
RomanceQuesto racconto è il seguito di "RICOMINCIARE DA NOI". Sono passati diciassette anni, Can e Sanem con i loro tre figli formano una famiglia all'apparenza perfetta, ma, come spesso accade, non è tutto oro ciò che luccica. Dietro un'apparente serenità...
