La notte dell'ultimo giorno di scuola Roma sembrava essersi trasformata nel paese dei balocchi.Se si fosse zittita improvvisamente, la città non sarebbe stata altro che una scena caotica d'un film muto.
I protagonisti sarebbero stati senza dubbio i maturandi, che sfrecciavano per le strade della capitale con le loro macchine sovraccariche di amici affacciati ai finestrini o seduti nel cofano, lasciato pericolosamente aperto.
Li avrebbero seguiti i meno spericolati - tuttavia i più ubriachi - che si erano cimentati nell'arte della serenata e dedicavano, a squarciagola, antiche canzoni popolari agli abitanti dei palazzi, destandoli per dispetto dai loro letti.
E ora si accendevano e spegnevano ad intermittenza le luci dei condomini che, dalle finestre, lasciavano intravedere anziani infuriati e genitori con bambini in braccio, curiosi, che chiedevano, poco gentilmente, di smetterla con tutto quel chiasso.
Poi appariva la pioggia, che cadeva a goccioloni, che bagnava l'asfalto e rendeva ancora più pericolosa la guida dei giovani sfrenati.
Non potevano mancare i lampeggianti della polizia, che non smettevano di illuminare le facce dei piccoli delinquenti che s'accorgevano troppo tardi di aver combinato guai.
Infine toccava alle ragazze, che camminavano in gruppo lungo i marciapiedi, con le loro borsette firmate e le gonne corte, che si portavano una mano alla bocca qualora ridessero perché qualche ragazzo, a loro giudizio troppo attraente, aveva lanciato loro uno sguardo fugace.Quasi si percepiva la loro risatina squittente.
Come anche le sirene delle pattuglie.
O il rumore della pioggia sulla strada.E si percepiva così bene che era tutto quello a cui Giudith potesse prestare davvero attenzione.
Gli indicatori di direzione ticchettavano,
la musica commerciale suonava alla radio e le chiacchiere dei suoi amici si mescolavano indistintamente col resto e le davano senso di protezione, come se la confusione potesse proteggerla da ogni tipo di pericolo.Vi si trovava pace nello scompiglio.
Tanto fuori quanto dentro.Giudith, però, non riusciva a sentirsi parte di quell'atmosfera festosa che coinvolgeva qualsiasi studente tra la fine della primavera e l'inizio effettivo dell'estate.
Eppure quella seconda settimana di giugno l'aveva aspettata con una tale impazienza.Si sentiva soffocata, lì dietro, nel posto centrale dei sedili posteriori, stretta tra quei suoi coetanei rispetto ai quali si sentiva fin troppo diversa.
Voglio tornare a casa - continuava a pensare, silenziosa, con lo sguardo fisso sul freno a mano.
E poi, prima che potesse accorgersene, si ricordò di esistere, di essere un umano in mezzo a qualche miliardo, su un pianeta piccolo, troppo piccolo per tutti quanti, troppo piccolo per sopravvivere in un universo tante volte più grande da non poter essere quantificato.
Ed arrivò presto alla conclusione che non valesse niente.
Eppure percepiva il sangue scorrergli nelle vene e l'ossigeno riempirle i polmoni e il cuore batterle così chiaramente che quasi la spaventava.Ma quei suoi episodi di deconcentrazione, più o meno brevi, la portavano a non curarsi di quello che le accadeva intorno.
Più precisamente, cadeva in uno stato di incoscienza e si muoveva meccanicamente imitando gli altri, finché, poi, non si "risvegliava".E per questo, in un batter di ciglia, si ritrovò seduta su un divano leopardato di velluto, in un piccolo locale notturno, circondata da perfetti sconosciuti, ad esclusione del suo vecchio migliore amico, il quale la scosse dalle spalle.
≪ Giu', ma che ti prende? ≫.
Lei sorrise amaramente, scuotendo la testa in segno di negazione ed evitando di incontrare il suo sguardo.
≪ No, niente ≫.
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{ Lontana da me }
FanfictionAppena maggiorenne, Giudith perde la famiglia in un tragico incidente stradale e, con questo, anche il senso della vita. Per festeggiare la fine dell'anno scolastico, si reca contro voglia in un locale con i suoi "amici", ma presto le manca l'aria e...