{ la ciclicità del dolore }

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Fu un periodo spensierato quello che passarono all'inizio di quel luglio piovoso e grigio, fin quando si ripresentò la ricorrenza annuale più dolorosa per il gruppo: l'anniversario della morte di Jeanett, madre della bassista.
Victoria, proprio parlando con Giudith del fatto, fece riferimento a un periodo buio trascorso intorno ai quattordici anni in cui cominciò a soffrire di severi episodi di ansia e attacchi di panico.
Ne discutevano in macchina lungo il tragitto che separava la villa dal cimitero del Verano; erano sole, poiché gli altri tre ragazzi avevano preso un taxi.

≪ Ero una ragazza spensierata, poi mi sono ritrovata a non voler più uscire di casa ≫ spiegava la bionda.
≪ Ho perso un anno di scuola. C'era qualcosa di rotto in me e non sapevo come ripararmi ≫.

Giudith ascoltava quelle parole uscire a fatica e capiva che quello fosse un argomento davvero difficile da elaborare anche a distanza di anni.
Le teneva la mano stretta nelle sue per mostrarle supporto. Lei era lì anche se non sapeva cosa dire.

≪ Prima me ne vergognavo, ora non ho più bisogno di nasconderlo ≫.
≪ Ne sono uscita grazie a una terapia, alla famiglia e agli amici, ma è comunque da sola che impari a gestire certe voragini ≫.

Vi era un'aria calda che entrava dai finestrini abbassati. Pesava l'ossigeno che le circondava, come l'argomento toccante che gravava sui loro cuori.

≪ Quando mia madre capì che stava perdendo la battaglia contro il male che portava dentro, chiese a me e a Nica di raggiungerla in Danimarca ≫.
Sospirò e si morse un labbro.
≪ Ho vegliato su di lei per tre mesi, senza studiare, senza mangiare. Le tenevo la mano tutte le notti finché non mi addormentavo pure io con la testa sulle sue gambe ≫.
≪ Che poi mi sentivo pure in colpa perché avevo paura che le facessi male, che le pesassi ≫ rise per cacciare via la malinconia.

Victoria si voltò a guardare negli occhi la sua ragazza; le sorrise dolcemente con uno sguardo stanco e le baciò una guancia.
Abbassò ancora di più il suo finestrino e si sporse fuori, seduta sullo sportello.
Ora la sua figura faceva a gara con quella delle auto sullo sfondo e non aveva paura di cadere, di essere colpita o sgridata dalle guardie che circolavano nella capitale.
Uno squarcio di cielo si era aperto tra le nuvole; sembrava aver capito che quell'angelo dagli occhi cerulei mancasse al paradiso. Un raggio di sole le illuminò la pelle e apparve quasi divina, calda come la superficie di una meteora.
Le mani si tenevano forte alla portiera, adornate con anelli argento e smalto nero un po' sbeccato.
Il collo rifiutava qualsiasi resistenza e teneva con superficialità quel capo ritratto all'indietro per godersi meglio il vento che si intrecciava tra i capelli biondi, morbidi, leggeri.
Tenne chiusi gli occhi per lungo tempo; forse sognava di volare nei suoi pensieri dal momento che accennava un sorriso lieve.
Le sue labbra erano più rosse del solito e si sposavano alla perfezione con l'incarnato chiaro. La sua gonna svolazzava senza scomporsi troppo e l'intimo superiore, che aveva indossato anche il giorno prima per le riprese, lasciava intravedere parte del seno.
Era uno spirito libero, incontrollabile.
A Giudith parve di vedere la sua figura farsi più piccola, tornare a quando era una bambina. Sotto il suo sguardo si stava trasformando in un essere più innocente e giovane. Forse una parte di lei non era ancora cresciuta, forse doveva solo liberarla e lasciare che si esprimesse a modo suo.
Ma forse, più di tutto, la colpì il pensiero che Victoria non fosse mai completamente cresciuta in tranquillità per via dello stato di malattia della madre. Si era dovuta fare forza presto, scacciando via la mancanza di quella figura femminile fondamentale con quei suoi sorrisi misteriosi, col silenzio dei suoi sguardi colmi di dolore. Non ne parlava, se non con la sorella o qualche amico stretto, perché così sarebbe guarita meglio, secondo la sua convinzione.
Mai prima di quel momento la ragazza castana, seduta lì accanto, aveva provato un sentimento materno così forte per quella biondina.
Sentiva di doverla proteggere dal pericolo che correva a sporgersi, dal sole che la scottava, dal vento che le colpiva la faccia.

Non volle sembrarle banale, quindi si trattenne dal rimproverarla per quella sua piccola pazzia. Eppure sussultava quando una macchina si faceva troppo vicino alla loro e anche l'autista si arrabbiava con lei.
Le veniva d'istinto fare uno scatto in avanti quando l'altra si sbilanciava un po' troppo, ma poi si ricordava che quella era Victoria e che era fatta per sbilanciarsi nella vita.
Prima usciva troppo, ora troppo poco e si chiudeva in camera; prima aveva tempo solo per svagarsi, ora solo per dedicarsi alla sua musica. Era una persona che conosceva soltanto gli estremi delle cose, ma a Giudith, quegli estremi, facevano provare un senso di libertà e novità che le stava pian piano rivoluzionando l'intera concezione di vita.

Anche lei aveva perso una madre e anche lei portava dentro il rancore per se stessa, perché era convinta che fosse la causa di quell'incidente che distrusse la sua famiglia per sempre.
Entrambe pensavano di aver potuto fare di più senza riuscirci, ma era ovvio che non fosse così.
Chi può fermare il destino? E poi, il destino, esiste davvero?

Comunque tornarono entrambe a sedersi in modo composto su quei sedili posteriori, in silenzio, mano nella mano.
Jeanette era sepolta in Danimarca, nella città natale di Victoria, ma il padre aveva dedicato alla moglie una seconda sepoltura lì a Roma, ovviamente più simbolica che effettiva, voluta fortemente dalla figlia maggiore.
Ma la città più straziata era il suo cuore, costellato di croci pesanti e strazianti che le ricordavano occasionalmente che al mondo ci si sta anche per soffrire.
Questa è la ciclicità del dolore.
Quel giorno dell'anno la routine era la stessa e il tempo scorreva sempre così lentamente da farla sentire un rifiuto, una cosa materiale buttata lì, per posare dei fiori comprati all'ingresso del cimitero sulla tomba della mamma.
In quel giorno lei non esisteva al di là dell'abitudinaria sofferenza.

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