capitolo 17 uno sparo.

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Tra una settimana sarà il giorno del ringraziamento.
E dovrebbero essere tutti più buoni.
E invece no.
"Forza, mettici impegno."
Ormai da due ore ad Oliver fanno male le orecchie per le continue urla di Al.
Che rimbombano senza tregua tra le pareti della palestra.
"Vuoi perdere contro quel tedesco?
Allora muovi il culo cazzo."
Oliver regola il respiro come può, mentre i pugni tremano nell'impatto contro il sacco.
Al non gli ha dato un attimo di tregua da quando è arrivato.
O meglio da quando gli ha detto chi è il suo sfidante.
Al è sempre stato severo nei suoi allenamenti.
Ma contro questo avversario, è impazzito.
Sembra avere l'argento vivo sotto pelle.
"Ancora."
Urla nuovamente.
Ma questa volta Oliver non esegue.
Esausto e senza fiato si ferma, piegandosi sulle ginocchia per riprendere il respiro.
"Vacci piano cazzo.
Domani ho l'incontro, e di questo passo ci arrivo distrutto."
Parla in affanno, cercando di sopprimere il bruciore ai polmoni.
Sotto lo sguardo di fuoco di Al.
Che però non inferisce, non insiste.
Infondo ha capito di aver superato il limite.
"Allora va.
Ci vediamo domani."
Oliver lo guarda sbalordito, mentre tranquillo l'omone si mette a ritirare gli attrezzi.
L'ha massacrato per ore, e adesso lo manda via così?
Senza una fottuta spiegazione?
Oliver si rimette dritto, senza intenzione di lasciar perdere.
"Non pensi di dovermi una spiegazione?"
Lo riprende il ragazzo, cercando di regolarizzare il respiro affannato.
"No."
Lo liquida lui, continuando come se nulla fosse.
Esasperando Oliver, ormai ripreso quasi del tutto grazie alla rabbia che prova.
"Sei falso vecchio.
Detti leggi che poi non segui.
Pretendi sincerità che poi non dai."
Finalmente Al lo degna di sguardo, piacevolmente sorpreso dalla presa del ragazzo.
Nessuno gli ha mai parlato così, ne in guerra ne nella sua nuova realtà.
I due uomini si guardano con sfida, ma non sarà Oliver a cedere.
Non l'ha mai fatto, e Al lo sa bene.
"In questo luogo esigo sincerità.
Queste sono le parole che hai usato.
E ora sei così codardo da tirarti indietro?"
Continua Oliver, digrignando i denti.
Ferito, sentendosi preso per il culo.
E anche Al digrigna i denti, sentendosi chiamare codardo.
Cosa ne sa questo ragazzino di lui?
Come osa chiamarlo codardo?
Se non sa cosa c'è sotto al maledetto nome dell'allenatore di Slavo Lukin , suo prossimo avversario sul ring.
Si avvicina al ragazzo, stringendo i pugni, mostrando una oscurità che da anni non sentiva dentro.
"Non osare chiamarmi codardo ragazzino.
Hai ancora la bocca sporca di latte, e osi giudicare me."
Ma Oliver non si scompone, fronteggiandolo a testa alta.
Mostrandosi, forse, più maturo di quanto è.
"Io mi sono fidato di te.
Ora tocca a te fare lo stesso."
Si limita a rispondere, ormai sicuro di voler arrivare fino in fondo.
Al fino ad oggi è sempre stato un tipo tranquillo.
Quasi un facsimile del orso Yoghi.
E vederlo così furioso, attirerebbe la curiosità di chiunque.
Ormai faccia a faccia Al non riesce a tirarsi indietro.
Ferito e risanato dalle parole semplici ma crudeli.
Sospirando, abbassa la guardia.
Infondo il ragazzo ha ragione, per aver fiducia bisogna darla, anche se comporta aprire ferite mai chiuse.
"Bene.
Andiamo, ti offro un drink."
Dandogli le spalle, lo lascia un po' confuso e stordito.
Ad essere sinceri, non credeva che avrebbe ceduto così velocemente.
E si era già preparato un lungo discorso per farlo parlare.
Nonostante tutto ciò, non ha intenzione di farlo scappare.
Perciò lo segue, tornando nel locale ancora vuoto e silenzioso.
Oggi hanno anticipato di molto gli allenamenti.
E un po' gli dispiace di non aver incrociato Emma, come invece succede quasi sempre, alla fine dei suoi allenamenti.
Si siede al grande bancone, osservando Al prendere due birre da sotto il bancone.
Come è solito fare, le apre utilizzando l'orlo del bancone, per poi porgerla al ragazzo.
Ancora silenzio, in attesa che il mistero di questo astio venga svelato.
Entrambi bevono un sorso generoso.
Senza mai distogliere lo sguardo.
Senza nessuna via di fuga.
"La guerra, è una cosa orribile.
Ma se chi ha farti male è chi dovrebbe guidarti, è anche peggio."
Sussurra, guardando negli occhi del più giovane.
Un po' nostalgico di quella età, mentre la mente torna a molti anni prima.
"Io non ce l'ho con Slavo Lukin.
Ma con il suo allenatore.
L'ex generale Benjamin Jimenez."
Oliver rimane immobile e silenzioso, capendo quanto questa storia abbia radici velenose e dolorose.
"La guerra era finita, il giorno dopo io e la mia pattuglia saremo tornati a casa dall'Iraq.
Era l'ultima notte che passavano tra quelle terre aride e deserte."
Con la mente torna li, su quelle terra, in quella guerra.
Il fuoco, le bombe, i cadaveri nemici o amici marcire tra terra e polvere da sparo.
"Stavamo facendo l'ultimo giro di perlustrazione, semplice prassi.
Per noi la guerra era già finita.
Perciò sereni seguivano il generale, tra le strade deserte di una città distrutta."
La gola arsa come quella notte.
Ora però può scioglierla con il terzo sorso di birra.
Costantemente sotto lo sguardo curioso e acceso del ragazzo.
"Ma mentre nei nostri cuori c'era la serenità.
La realtà era ancora crudele, e non sazia di sangue."
Un lungo respiro, e la consapevolezza che indietro non si torna.
E che questa notte, gli incubi lo tormenteranno.
"All'improvviso, da una casa che sembrava deserta, uscirono una ventina di ribelli.
Che si presentarono a suon di mitra e pistole."
Le orecchie si tappano, e li sente.
I colpi, le grida, la terra richiamare ulteriore morti.
"Eravamo in quindici uomini, uomini di famiglia, uomini che volevano solo tornare a casa.
Quindici uomini che cadevano a terra, uno dopo l'altro."
Un peso che tocca la terra, crea rumore.
Ma non quella notte.
Quella notte i corpi toccarono terra, senza far alcun suono.
Al chiude gli occhi, ricordando il bruciore del proiettile trapassargli la carne del fianco.
Tanto il dolore da non sentirlo piantarsi senza pietà in un polmone.
Togliendogli il respiro.
"Anche io come loro ero a terra, ormai con un piede nella fosse.
Ma la mia mente non potrà mai dimenticare ciò che i miei occhi videro."
E rivive quel momento.
Quell'immagine che da anni gli domina la mente.
"Il generale  Benjamin Jimenez, andare via.
Scappare come un codardo, mentre i suoi uomini giacevano a terra.
Ma non è per ciò che lo odio."
O no, c'era qualcosa di ben  peggiore.
E Oliver senti un nodo in gola, guardando il fuoco negli occhi dell'uomo.
"Mi salvai grazie a una donna, una infermiera della croce Rossa.
Che mi trovo, e mi salvo la vita, per poi tornare in patria con me.
È diventare mia moglie."
Parla di Diana Bailey, la stessa donna che ancora oggi gli salva la vita, ogni volta che gli sorride.
"Dopo un anno dall'accaduto, fui congedato con onore, ma non ero il solo."
Il fuoco divampare senza controllo, diventando un incendio.
Che si stringe nei suoi pugni stretti.
"Lo stesso uomo che ci tradì, fu onorato al mio fianco.
Onorato per aver provato a salvare i suoi uomini.
E lì scopri che solo io sapevo quanto fu codardo."
Butta la bottiglia ormai vuota nel secchio, creando un rumore assordante.
Facendo sobbalzare il ragazzo per il frastuono di più bottiglie che si colpiscono e si incrinano.
Lo stesso tormento che legge nell'uomo davanti a sé.
Che, ormai in preda a una nostalgia drammatica, si tiene la testa tra le mani.
Fissando un punto cieco.
"Lo dissi alla commissione.
Lo dissi a tutti.
Ma fui messo a tacere.
Poiché il generale era diventato un simbolo di speranza, in quegli anni bui.
Ed io, come uno stolto, tacqui.
Portandomi addosso questo senso di colpa, per tutti questi anni."
Per Oliver ora è più che chiara la situazione.
Ora capisce la rabbia verso quell'uomo, quel senso di giustizia nel prossimo incontro.
E sente, come se fosse il suo, quel senso di ingiustizia che attanaglia il cuore di Al.
Ne sente il peso, e il contrappeso.
Il bisogno di giustizia.
Stringendo i denti, afferra le grandi mani dell'uomo davanti a se.
Richiamando i suoi occhi, ora tristi e lucidi.
"Te lo giuro Al.
Vincerò quell'incontro."
Sente le vene pulsare sotto pelle.
Quel senso di battaglia, che gli incendia la pelle.
Gli dilata le pupille, come se fosse fatto di odio.
E Al, rimane affascinato e sorpreso di quanto questo ragazzo, gli ricorda l'uomo che un tempo fu.
"Vincerò per gli uomini caduti al tuo fianco.
Per l'ingiustizia subita.
Per ciò che hai dovuto sopportare.
Per te."
Conosce da poco quest'uomo, si sono sempre limitati ai semplici allenamenti.
Eppure Al lo ha aiutato, quando ne meno lui credeva in sé stesso.
Glielo deve.
Gli deve questa maledetta rivincita.
Ed è così che lo ringrazierà, vincendo per lui.
"Grazie.
Davvero grazie.
Anche solo vedere il tuo sguardo, mi da un po' di sereno."
Perché infondo Al non può pretendere tanto da questo ragazzo.
Ma non sa che ormai Oliver già freme nell'attesa di questo incontro.
E, come lui, passerà la notte insonne.
Aspettando la loro rivincita.

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