La mattina seguente stavo camminando a passo lento lungo il corridoio dell'istituto per raggiungere la mia aula.
Mi muovevo come un bradipo, dondolavo la testa intontita da una parte all'altra e tenevo lo sguardo chino verso il pavimento. Avevo iniziato la giornata di cattivo umore: la sera precedente mi ero addormentata nel bel mezzo della stesura della relazione che il professore di lingua inglese ci aveva assegnato, How to reduce greenhouse gases, da consegnare proprio quel giorno. Non ero riuscita a concluderla, anzi, avevo scritto semplicemente due righe e poi ero crollata a causa del sonno.
E, ovviamente, quando infine il mondo dei sogni mi aveva permesso di abbandonarlo, mi ero accorta di non aver sentito la sveglia del cellulare. Avevo avuto a disposizione solamente mezz'ora per prepararmi, che non sarebbe stata sufficiente per terminare anche la relazione, infatti avevo preferito correre immediatamente in bagno per le mie urgenti esigenze fisiologiche.
Sospiravo mentre continuavo a procedere verso l'aula, al petto stringevo alcuni libri che non avevo fatto in tempo a infilare dentro lo zaino. Una vocetta all'interno del mio cervello mi ripeteva che avrei inaugurato quel nuovo dì con un bel tre.
«Ciao.»
Nell'udire il saluto mi girai verso destra.
Xavier si trovava vicino a me. E mi aveva appena salutato, gesto che non faceva quasi mai, soprattutto con un tono abbastanza amichevole.
Spalancai gli occhi, ero talmente stupita che ammorbidii il braccio con cui reggevo i libri e per poco non mi caddero al suolo. Li presi per un soffio.
Basta pessime figure. «Oh, buon-buongiorno...» farfugliai.
Xavier accennò un piccolo sorriso e mi oltrepassò, entrando in classe.
Durante la lezione di matematica cercai di concentrarmi nel risolvere un esercizio che mi stava facendo impazzire. La Morel desiderava che tutti noi fossimo in grado di eseguirlo da soli e non volevo rischiare di finire nuovamente nella sua lista nera, dalla quale ero uscita grazie alla brillante interrogazione che avevo sostenuto la settimana scorsa.
Ma non ero certamente sicura di poterlo completare in assoluta autonomia, sentivo la necessità di ricevere almeno un suggerimento da qualcuno per capire come andare avanti.
«Il risultato è due» mormorò Xavier.
Io sgranai gli occhi. Non avevo proferito neppure una sillaba, eppure lui aveva intuito che mi trovassi in difficoltà.
«Ho notato che ti sei bloccata.»
Ero senza parole. Quel perfettino non mi aveva mai aiutato di sua spontanea volontà se non ero io a chiederglielo. «Oh, ti... ringrazio.»
Riprese a guardare il suo esercizio, indubbiamente già risolto. Io mi gettai sorpresa sul mio. Che cosa gli stava succedendo? Il suo atteggiamento c'entrava forse con ciò che era successo fra di noi la sera precedente?
Ne ebbi un ulteriore sospetto nel corso della penultima ora di lezione. Mi ero distratta, proprio perché la mia mente stava rimuginando su Xavier e rievocava i fatti avvenuti il giorno prima: la sua decisione di cambiare postazione e sistemarsi nel banco accanto al mio, la nostra discussione al termine della gara di robotica vinta da Thomas, le sue scuse indirette, il cielo stellato che ci aveva riavvicinati.
Pensando alla scena -che la mia memoria mi riproponeva di continuo- sentivo ancora il viso in fiamme, un tizzone ardente. Mi chiedevo se sarebbe riaccaduto presto, se il signorino di ghiaccio avrebbe provato a replicare quel contatto che aveva mandato entrambi in cortocircuito.
La professoressa di letteratura richiamò la mia attenzione, evidentemente il fatto che stessi pensando ad altro era palpabile. Mi domandò che cosa fosse una onomatopea all'interno di un testo e io le risposi correttamente perché conoscevo l'esatta definizione. 0-1 per me.
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Il mio Ricco e Arrogante Scienziato
RomanceCamille pensa di conoscere tutto di Xavier Leblanc, il figlio del ricco fondatore della Star Corporation, un'importante azienda di Parigi che ha creato la Star Phone. Lo considera una "scatola vuota", un ragazzo dall'accattivante bellezza esteriore...
