jeon jungkook, uno studente di danza un po' sbruffone, si ritroverà a dover temperare il proprio carattere, scontrandosi con il nuovo insegnante di ballo moderno, il professor park jimin.
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storia completa.
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«Merda, merda, merda!»
Jimin entrò nel proprio appartamento, chiudendo la porta e appoggiandovisi sopra, con una mano sul petto, in stato di shock.
Era letteralmente scappato via dalla scuola di danza, solo per tornare a casa, nel suo posto sicuro.
Jimin posò il suo sguardo sul petto che si alzava e abbassava velocemente, spostandolo poi sui suoi pantaloni che era ancora stretti per via del suo amico che aveva deciso di svegliarsi proprio durante l'esibizione di Jungkook.
«Ma che cazzo ti prende Jimin» sussurrò a sé stesso.
Già.
Che diavolo gli prendeva?
Per Jimin era davvero strano avere una reazione del genere, e questo perché il ragazzo non si sentiva eccitato in quel modo da davvero molto tempo.
Esattamente, erano più di sei mesi che il ballerino non si toccava o non aveva interessi sessuali.
Il tutto era dovuta ad una spiacevole, orribile, agghiacciante esperienza.
La stessa che l'aveva spinto a mandare il proprio curriculum alla scuola di Seul, scappando a gambe levate da Busan.
Jimin, miglior allievo del professore di danza più rinomato della sua città natale, ossia il professor Lee, era stato molestato proprio da quest'ultimo.
Era successo tutto molto lentamente, con vari campanelli d'allarme, che purtroppo il biondo non aveva colto.
Tutto era iniziato con le lodi.
Oh, il professor Lee lo lodava sempre.
Gli diceva che era il migliore, gli diceva che era un talento naturale, che il suo corpo era nato per la danza.
Già, il suo corpo.
L'unica cosa che probabilmente gli interessava.
Inizialmente il professore si era limitato a sfiorarlo, mentre magari gli diceva di stendere di più la gamba, o di ampliare le braccia.
Lo fa per lavoro. Non è strano.
Poi il professore iniziò ad essere più fisico.
Lo spostava mettendogli le mani sui fianchi, gli accarezzava le spalle.
Sono come un figlio per lui.
Smettila di sentirti a disagio.
Jimin cercò di convincersi, ci provò davvero, ma semplicemente non riuscì a resistere alla sua voce interiore quando il signor Lee si pose dietro di lui, facendogli sentire la propria intimità dura.
Jimin si allontanò subito, come un diavolo colpito a sfregio con dell'acqua santa, paralizzandosi solo un secondo, sudando freddo.
Quando se ne andò dall'aula mormorò solo un lieve "Arrivederci" per poi tornare a casa e fare sette docce di fila.
Si sentiva sporco.
Si sentiva contaminato.
Si sentiva disgustoso.
Il giorno dopo non si recò alla scuola, e nemmeno per il resto della settimana.
Per il weekend aveva già inviato la mail di disdetta della retta, preparato le valige e comprato il biglietto per Seul.
Jimin si staccò dalla porta, risvegliandosi dai suoi pensieri e dirigendosi al frigo per prendere qualcosa di fresco con cui calmarsi.
«Che tristezza»
Jimin parlò al vuoto, seduto al tavolo della sua cucina, sorseggiando del soju in un bicchierino ghiacciato, cullandosi in un familiare torpore.
Il biondo buttò giù un paio di bicchierini, limitandosi poi ad accendersi una sigaretta e spegnendosela poi sul gomito.
«Hmm» Il ragazzo sospirò, appoggiando le braccia incrociate sul tavolo e ponendovi poi sopra la testa.
Jimin era abituato ad essere da solo a casa.
Era abituato a cenare in piena solitudine, magari anche con la tv spenta, giusto per chiarire che fosse completamente isolato.
Il ballerino sorrise leggermente, ricordandosi del sorriso del corvino quando gli aveva chiesto di fare pace con lui, tornando alla sua solita malinconia subito dopo.