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Ciao amici!
Spero che stiate bene e stiate passando queste festività nei migliori dei modi.
Scusate l'essere sparita da settimane, vi prometto che a tempo debito, vi racconterò l'odissea che è questo mese per me
Aggiorno nel tardo pomeriggio, per ora buona lettura❤️

Ps: scusate gli errori, fatemeli pure notare, poi correggo.


«Perché stai tremando? Credevo non avessi paura di me» disse ridendo.
Non mi aveva nemmeno ancora sfiorata che iniziai a piangere, allo stesso tempo allentò la presa lasciandomi scivolare a terra con la schiena contro la porta.
Continuò a ridere mentre mi chiedevo cosa ci fosse di tanto divertente.
Andò a sedersi al mio posto sul divano, mi osservò da lontano, i pugni sulle gambe allargate ed il sorriso scomparve in un attimo.
«Per esempio adesso ti chiederei scusa, e sai perché?» Cominciò, ma non lo degnai nemmeno di uno sguardo.
«Sai perché?» richiese e non cedetti.
«Non ho mai avuto cattive intenzioni, credimi, le situazioni tendono a sfuggirmi di mano velocemente» ne sentii i passi fino ad avere le Derby nel mio campo visivo.
Mi mise due dita sotto il mento e si fece guardare negli occhi.

Aveva il viso contratto dal dispiacere, i capelli senza il cerchietto gli ricoprivano buona parte del viso come al solito, ma a lui non parve infastidire più di tanto.
«Ti ho sporcata per sbaglio» mi avvertì indicando i miei capelli con gli occhi.
Il sangue che aveva sull'angolo delle labbra ora era una scia che spariva sotto il mento e d'impulso scossi i capelli come se ciò bastasse a ripulirli.
«Vieni» mi porse la mano per togliermi dal pavimento.
Lo guardai con disprezzo.
«Non ti faccio nulla. Ti ripulisci e se vuoi ti riporto a casa» propose.
«No, me ne vado a casa, ora» dissi invece rimettendomi in piedi da sola.
«Non iniziare, Riley, perché fosse per me staremmo qui per sempre. Ti ripulisci e ti riporto a casa, fine della discussione» si tolse da davanti e mi indicò le scale per andare di sopra.
«Per cosa?»
«Il bagno, il bagno, non voglio ucciderti» mi prese in giro, ma ne rise soltanto lui.
«Ho visto come non volevi uccidermi» borbottai decidendomi a salire.
Lo feci a passi felpati, ma lui mi raggiunse per gli ultimi gradini ed appoggiò il palmo quasi sul fondoschiena incentivandomi a continuare a salire.

«Scusa il casino. Stamattina ero di fretta»
Camera sua era tutta a crema, con un letto a due piazze e mezzo e l'enorme armadio che ne occupavano buona parte dei metri quadri.
C'erano camicie sparse ovunque, il che mi fece camminare sulle punte per raggiungere il bagno alla mia sinistra.
Non aveva nessun altro colore nemmeno lì, aveva mantenuto la crema e ritrovandomi davanti allo specchio a parete che precedeva il bagno stesso, alzai gli occhi al cielo nel sentire la porta essere chiusa dietro di me.

Afferrai un asciugamano.
Come si poteva non riconoscere quel profumo!

Invece di ripulirmi velocemente, indietreggiai nuovamente davanti allo specchio ed osservai il mio riflesso annusare maniacalmente il tessuto come droga.
Mi facevano venire in mente i momenti in cui mi stava appiccicato tutto il giorno, l'abbraccio quando mi aveva offesa prima di entrare al bar, il retro del Lily's Caffè ed il suo ufficio il primo giorno del nostro incontro.
In tutto ciò, però, brutto stronzo, si era sforzato a sopportarmi perché a quanto pare ero a mia volta una stronza arrogante.
«Non è vero!» dissi al riflesso.
«Ehi, tutto ok?» chiese Bryan.
Cercai il lavandino in punta di piedi non rispondendo e bagnai l'asciugamano passandola sul viso e sui capelli. La lasciai poi a terra sporca di rosso.

«Ho fin-» avevo spinto troppo la porta scorrevole che andò a sbattere, il che fece praticamente saltare in aria un Bryan in boxer appoggiato ad un'anta dell'armadio in cerca di un ricambio.
Le camicie le aveva accumulate tutte in un angolino.
Chiuse d'impulso le ante convinto di potersi coprire abbastanza, in realtà ridusse soltanto la visuale sulla perfezione che era il suo culo, troppo grande per un maschio, ma da ricredersi quando metteva il costume.
Pensai di fargli notare che stava soltanto peggiorando la situazione, finché il mio occhio non ricadde sul modo in cui i lividi che mi aveva mostrato poco prima, finivano dietro i fianchi.
Erano più scuri da entrami i lati e finivano congiunti come se fosse stato legato con una corda.
Feci un passo in avanti, poi un altro per non invadere troppo la sua privacy, ma più mi avvicinavo più quei segni si facevano sempre più profondi.

«Che ti è successo?» finii accollata a lui, un dito che provò a sfiorarlo, ma avvertendo il contatto, la mia mano venne afferrata di colpo e stretta lungo il polso.
«Non lo fare, non è ancora guarito» me lo disse dandomi la schiena.
«Che ti è successo? È orribile» riprovai a toccarlo e quella volta venni spinta fino a cadere lungo il letto.
Afferrò un maglione grigio ed un paio di pantaloni, solo allora si decise a controllare se stessi bene, ma nel farlo i miei occhi si abbassarono automaticamente sul pacco di fronte a me. Avrei potuto giurare che arrossimmo tutti e due.
«Non che tu non lo abbia mai visto»
«Toccato...» lo corressi d'impulso per poi pentirmene.
«Cosa?» aveva capito benissimo.
«Niente. Ti lascio rivestirti»
«Vuoi rimediare?»
«Cosa?»
«Vuoi rimediare?» fece come per salire anche lui sul letto e mise un ginocchio in mezzo alle mie gambe, mi tirai immediatamente dietro con l'intento di scendere dall'altro lato, ma venni fermata da un piede.
«Non ho nessun problema, sai» mi stava deridendo per l'aria terrorizzata e per il modo in cui trascinavo anche lui con la forza delle gambe.
«Ok, ok, mi rivesto e andiamo» si arrese.

Eravamo nel corridoio che precedeva le scale quando sentimmo la serratura della porta scattare, ci immobilizzammo entrambi dicendoci di fare silenzio a vicenda.
«Aspettavi qualcuno?» sussurrai guardando l'atrio dalla ringhiera, si abbassò portandomi giù con lui.
«No, i miei genitori dovrebbero essere in ufficio»
Sentimmo la porta aprirsi e poi venire sbattuta in chiusura, suoni di baci e gemiti di una donna, la cosa mi incuriosì e mi affacciai ancora dalla ringhiera.
«Cristo santo, Riley, stai giù!»
Mi tenne sotto braccio e restammo in silenzio.
I gemiti continuavano, più forti, lo sbattere di mobili e la voce di un uomo, per niente Paul, che le diceva di liberarsi dei vestiti.
«Restiamo sul divano, sarà più eccitante questa volta» quasi non mi cascò la mascella.
Bryan non sembrò poi tanto sconvolto quando me, alzava solo gli occhi al cielo sbattendo il palmo sulla fronte, finché finalmente non urlò con tutta la voce che aveva.
«Porca puttana, mamma!»

BE CAREFUL WITH MEDove le storie prendono vita. Scoprilo ora