OTTO

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Dan accosta al lato della strada e mette le frecce.
«Buona giornata, tesoro!» mi saluta con un bacio sulla guancia.
«Anche a te» sorrido.
Lui continua a guardarmi.
«Che c'è?» gli chiedo.
«Sei... radiosa» fa. «Era parecchio che non ti vedevo così.»
Sollevo le spalle, anche se, in effetti, è così. Finalmente, sento che la giornata andrà bene, o comunque meglio del solito.
«Sarà!» glisso. «Dai, ora vado. Ci vediamo oggi pomeriggio.»
Sorride. «Okay, ciao tesoro.»
Chiudo la portiera e mi dirigo verso l'entrata.
Quando arrivo in classe ci sono già quasi tutti. Appoggio lo zaino al mio posto e penso di aggregarmi alle altre ragazze, che stanno chiacchierando al lato opposto dell'aula. Amy solleva un braccio per invitarmi, ancor prima che mi alzi. Continuo a non avere ancora molta voglia di socializzare con altre persone (a parte Dom), ma almeno eviterò di annoiarmi davanti al cellulare.
«Ciao, ragazze» le saluto, meno trucemente del solito. Vengo accolta da sorrisi e sguardi amichevoli.
Mentre chiacchieriamo, noto Joss fare un cenno di saluto verso la porta.
Pochi secondi dopo, due mani appena tiepide mi coprono gli occhi.
«Ah! Chi ha spento la luce?» scherza Dom.
Mi libero gli occhi e mi giro alzandomi in piedi.
«'giorno!» gli sorrido, abbracciandolo.
«Ci vediamo al banco?»
«Certo, chi arriva prima aspetta l'altro.»
«Mi hai tolto le parole di bocca!»
Torno a sedermi, tra gli sguardi pieni di stupore delle ragazze.
«Hetty?» rompe il silenzio Claire. È come se avesse assistito a un'apparizione angelica.
«Be', che c'è?» chiedo.
«Fino a ieri niente, e oggi...»
«Ieri sera sono stata a casa sua» spiego.
Sgranano tutte gli occhi, e devo dedicare i successivi minuti a raccontare loro tutta la serata.
«Ora capisco perché vi preoccupate ogni volta che tossisce.»
«Già» mormora Amy. «All'inizio, a parte la tosse, pensavamo che fosse sano come un pesce. Non che non lo sia adesso, ma... sì, hai capito, insomma.»
Annuisco.
La mattinata procede tranquillamente, anche se i professori iniziano a indicarmi le date dei prossimi test che dovrò svolgere da sola e i relativi argomenti. Ho avuto il riconoscimento parziale dei risultati della mia vecchia scuola (mamma ha dovuto fare il diavolo a quattro per mesi, per evitare di farmi ripetere l'anno); ma, avendo iniziato così tardi l'anno scolastico qui in Australia, ho ancora almeno altri tre voti per materia da recuperare. Comunque, più della metà sono su argomenti che ho già grosso modo studiato. Sarà giusto qualche noioso ripasso in più, ma d'altronde ripassare è sempre noioso.
La campanella dell'intervallo arriva abbastanza in fretta.
«Se non sbaglio avevamo un appuntamento di fuori.» Dom mi strizza l'occhio, e io gli sorrido.
Compriamo con gli altri uno snack alle macchinette e usciamo sul retro della scuola, dove c'è la palestra da un lato e un grande campo d'erba tagliata tutt'attorno. Un esercito di studenti è sparpagliato a destra e a manca a chiacchierare, giocare a pallone o a ripassare la lezione.
I ragazzi iniziano a parlare dell'allenamento di rugby di oggi, ma Dom si sposta vicino a me.
«Allora, come va?» mi chiede.
«Rispetto a ieri?» faccio. «Molto meglio.»
Mi guarda fingendosi offeso. «Ah, vuoi dire che non ti sei divertita ieri da me?»
«Lo sai cosa intendo» mormoro.
«Sto scherzando.»
«E comunque» aggiungo, «ieri mi sono molto divertita.»
«Anch'io» sorride.
«Programmi per la giornata?» gli domando.
Alza gli occhi al cielo. «Allenamento. Allenamento, e ancora allenamento. Il nostro coach ci sta col fiato sul collo per via del campionato.»
«Avete un campionato scolastico di rugby?»
«Sì, e ormai siamo agli sgoccioli.»
«Ah» faccio. «In che posizione siete, attualmente?»
Solleva le spalle. «Si vedrà il mese prossimo: se secondi o primi.»
«In che senso?»
«Giocheremo la finale.»
«Davvero?» esclamo. «Buona fortuna, allora!»
«Speriamo!» dice incrociando le dita.
«E sotto con gli allenamenti!» aggiungo.
«Stavolta mi sembra di sentire il mio coach» ridacchia.
«Ah, non una tua amica?» dico a bassa voce.
«No...» Mi mette un braccio sulle spalle. «Una mia grande amica.»
Sorrido automaticamente.

Il resto della giornata e il pranzo procedono a gonfie vele, e riesco ogni tanto a chiacchierare con qualcuno, almeno fino alle ultime ore di educazione fisica.
Sono seduta sulla panchetta dello spogliatoio con in mano i pantaloncini della tuta. Le ragazze si stanno cambiando e chiacchierano con disinvoltura, ma non sanno quanto poco io sia a mio agio con il mio corpo. Sono letteralmente mortificata all'idea di spogliarmi davanti alle altre, anche se siamo tutte ragazze.
«Che c'è, Hetty?» mi chiede Claire. «Non fai ginnastica?»
«No, la faccio» mormoro, «ma...»
«Allora è meglio se metti il turbo» mi consiglia. «Miss Tarr è molto rigida a riguardo.»
Annuisco, ma divento rossa dalla vergogna.
Mi alzo in piedi e mi tolgo la divisa. Infilo i pantaloncini e la t-shirt bianca. Nessuna mi fissa commentando.
Esco dallo spogliatoio legandomi i capelli in una coda. Stupidamente, mi chiedo che tipo di lezione di ginnastica facciano qui in Australia... come se la ginnastica potesse variare da paese a paese. Considerando che nella mia vecchia scuola a Colorado Springs ero capace di annoiarmi e di stare da sola perfino durante educazione fisica, non mi aspetto che qui sarà particolarmente eccitante, ma ormai ci ho fatto l'abitudine.
Basil, Earl e Dom indossano la divisa gialla e verde a strisce della squadra di rugby. Sono davvero fichi, soprattuto Dom, ma sarebbe troppo imbarazzante da dire, quindi lo tengo per me.
La coach Tarr ci annuncia che, visto il bel tempo e il caldo in aumento, da oggi torneremo a fare lezione nel campetto esterno. Ha il buon cuore di limitarsi a chiedermi come mi chiamo e da dove vengo, senza farmi domande sulla mia vecchia scuola e sulle lezioni di ginnastica. Mi va subito a genio.
La prima ora di ginnastica non è dissimile da quella in Colorado: facciamo riscaldamento, corriamo, i ragazzi saltellano come scemi sull'erba. La coach ci controlla attentamente, pronta a correggere un movimento sbagliato, una gamba poco alzata, un quadricipite poco piegato, una schiena poco dritta. Quando ci concede qualche minuto di pausa sono accaldata e sudata, ma l'aria primaverile e il sole mi tirano su di morale.
Miss Tarr batte le mani per segnare la fine della pausa.
«Forza, non facciamo i pigroni» dice.
Proseguiamo con altri esercizi di riscaldamento e miglioramento posturale. Non è esattamente la lezione più divertente al mondo, ma almeno Miss Tarr non è invadente e indisponente come il mio ex professore di ginnastica.
Quando l'ora finisce, Basil si avvicina a Miss Tarr.
«Coach, possiamo andare?»
«Sì, ragazzi» annuisce. «Andate pure.»
Lui, Earl e Dom si allontanano, verso un altro gruppo di ragazzi che indossano la stessa divisa gialla e verde.
La coach ci concede il resto della lezione libera. Sam, Zeke e Barney si dirigono verso un altro gruppo di ragazzi che sta giocando a calcio e trovano subito posto nella partita.
Miss Tarr prende da parte Tracy e Claire e le sento discutere a proposito di una non precisata futura partita, mentre tornano in palestra.
«Hetty, tu che fai?» mi chiede Amy.
«Ehm... non lo so» faccio. «Perché?»
«Noi andiamo a vedere le altre che giocano a pallavolo.»
"Oh..." penso. Della pallavolo ho ricordi contrastanti; alcuni belli, altri decisamente brutti. Tuttavia, l'idea non mi dispiace affatto. E poi, non penso di avere niente di meglio da fare...
«Okay, vengo» rispondo.
La parte sinistra della palestra è stata attrezzata per ospitare una partita di pallavolo. Tracy, Claire e un'altra decina di ragazze si stanno riscaldando facendo stretching e palleggi. Io e le altre ci sediamo per terra a bordo campo. Poco dopo, Miss Tarr solleva un braccio e soffia nel fischietto. Le ragazze si mettono in posizione su entrambi i lati del campo, e la partita comincia.
Tracy spedisce la palla nel campo avversario con una gran colpo, ma viene puntualmente fermata da un bagher di una delle avversarie e rispedita dall'altra parte della rete con una schiacciata, e a sua volta bloccata da un'alzata tentennante. Claire fa un salto e sfiora appena la palla, cogliendo le avversarie di sorpresa e facendola cadere vicinissima alla rete. Le sue compagne si congratulano con lei, ma tornano subito concentrate.
In breve, mi ritrovo completamente immersa nella partita. Seguo con lo sguardo ogni movimento della palla, ogni mossa delle ragazze. Torno con la mente ai primi anni in cui facevo pallavolo. Le partite fra compagne, i primi trofei, le risate e i continui miglioramenti di ogni allenamento... Un periodo che è durato fin troppo poco, e di cui adesso ho solo un vago ricordo.
Un debole chiacchiericcio accanto a me mi riporta alla realtà.
«Hetty, io e le altre facciamo un salto al bar, vieni con noi?» mi sussurra Amy.
Sposto velocemente lo sguardo da lei alla partita e rispondo: «Andate pure. Io resto qui a guardare.»
«Okay, ci vediamo dopo.» Lei, Joss e Becca si alzano e se ne vanno.
La partita prosegue tra scambi di palla e schiacciate repentine. Il punteggio varia costantemente. Due a uno. Tre pari. Cinque a quattro. Sei a sette...
A metà partita, la coach fischia e fa fare cambio campo. Una ragazza le si avvicina e le dice una cosa veloce, indicando l'uscita. Miss Tarr controlla l'orologio e annuisce. Forse deve andare a casa prima; non m'interessa, anche se ora sono rimaste in cinque contro sei. Nella squadra di Claire e Tracy ci si scambia qualche parola.
«Hetty?» mi chiama Claire. Mi raggiunge in quattro agili saltelli. «Vuoi venire a giocare con noi?»
Per un attimo mi sembra di aver capito male. Sollevo le sopracciglia. Quanti anni sono che non gioco a pallavolo? Tre? Forse anche di più...
Mi tornano alla mente le ultime, terribili settimane; quando litigavo con le mie compagne praticamente a ogni allenamento...
"Oh, al diavolo!"
«Va bene» rispondo.
«Ottimo!» sorride. «Sai giocare, vero?»
«Ehm... sì, certo.»
Mi alzo in piedi e faccio schioccare le nocche. Mi sento un po' arrugginita, spero almeno di ricordarmi come si fa.
Tracy mi lancia la palla. «Batti tu!»
"Cominciamo bene..." penso.
Faccio un respiro profondo e mi piazzo nella zona di servizio palleggiando un paio di volte. Miss Tarr mi chiede con lo sguardo se sono pronta. Faccio un altro respiro, annuisco, e lei soffia nel fischietto. Lancio la palla in alto e la colpisco con una schiacciata veloce e precisa. Il colpo mi rimbalza sui calli della mano facendomi restare senza fiato per il dolore. Evidentemente anche loro non sono più abituati a essere tenuti in allenamento. La palla supera la rete a gran velocità e una delle avversarie si lancia a piedi pari, ma ho colpito così maldestramente la palla da averle impresso una traiettoria curva. Quando prova a colpirla con un bagher, le rimbalza sull'avambraccio e le atterra davanti ai piedi.
Tutte le mie compagne, le avversarie, e perfino Miss Tarr mi guardano stupite. Stavolta mi concedo addirittura di fare un sorriso, ma sento che è stato solo un colpo di fortuna. Spero almeno l'ultimo.
Le avversarie ci consegnano la palla, la recupero e mi piazzo di nuovo nella zona di servizio. La mano mi brucia ancora per la schiacciata di prima così, quando la coach fischia, la colpisco con un pugno chiuso dal basso. Anche stavolta riesco a farle superare la rete.
Entro subito nel vivo del gioco: non perdo d'occhio la palla, cerco di fare gioco di squadra con le altre (cosa che avevo del tutto dimenticato); salvo diverse palle buttandomi a terra ed eseguo anche alcune schiacciate con grande precisione. Riesco perfino a segnare un altro punto.
Quando arriviamo al punteggio di quindici a quattordici per noi, Miss Tarr ci concede il time-out per recuperare le forze.
Sto ansimando, ho la fronte sudata e le mani distrutte, ma sorrido. Non credevo che ricominciare a giocare mi avrebbe resa così felice.
"Ahia..." penso. Scuoto la mano e mi soffio sul palmo. I miei calli sono ruvidi come pietra pomice, e bruciano da morire.
«Male alle mani?» mi domanda Tracy.
«Abbastanza.»
«Fammi vedere.»
Le mostro i palmi. Solleva le sopracciglia e mi guarda.
«Hetty?» fa a voce bassa e sorpresa. «Da quanto giochi a pallavolo?»
«Che succede, ragazze?» chiede Claire avvicinandosi.
«Guarda un po' qua.» Tracy le mostra i miei palmi.
«Wow!» esclama. «Mani da pallavolista!»
«Tranquilla, abbiamo ciò che serve per farle stare meglio.» Lei e Claire mi accompagnano verso il bagno.
Apro il rubinetto e metto i palmi sotto l'acqua fredda, mentre Tracy rovista freneticamente nell'armadietto del primo soccorso gettando da parte tutto ciò che le capita a tiro.
«Eccola qui!» dice trionfante. «Dammi i palmi, Hetty.»
Chiudo il rubinetto, mi asciugo le mani e gliele sollevo davanti. Lei toglie il tappo di un tubetto di gel trasparente e me ne spreme una noce su entrambi i palmi, massaggiandola con l'indice. Una meravigliosa sensazione di freschezza spegne completamente il bruciore dei calli.
«Fantastico!» faccio.
«Già. Ce l'ha consigliato la coach. Fa passare il bruciore e migliora la circolazione. Lo trovi in farmacia.»
«Me lo segnerò.»
«Allora, da quanto fai pallavolo?» mi chiede Claire.
«Ehm...» faccio. «Ho cominciato a nove anni, e a tredici ho smesso. E voi?»
«Io da sette anni» dice Tracy. «E sono in questa squadra da tre.»
Sette anni. Ecco spiegate quelle braccia da bodybuilder.
«Io, invece, dall'anno scorso» dice Claire. «Ma tu perché hai smesso?»
Abbasso lo sguardo e torno con la mente alla finale del torneo di tre anni fa.

Era la partita più importante di tutto l'anno; e ci stavamo preparando da settimane per affrontarla. Avevamo sudato e faticato come matte, ma non eravamo mai state più pronte di così.
C'era solo un problema: anche le nostre avversarie lo erano.
Eravamo due set pari, venticinque a ventiquattro per loro. Io ero allo stremo delle forze, e proprio a causa della stanchezza non ero riuscita ad alzare con precisione diverse palle alle mie compagne. Inoltre, le mie schiacciate si erano fatte deboli, e le avversarie riuscivano a respingerle senza difficoltà.
«Che ti prende Heather?» mi borbottò una mia compagna. «Svegliati, o qui perdiamo!»
Annuii, ma ero talmente stanca da non riuscire nemmeno a pensare lucidamente. Non potevo nemmeno rifugiarmi in panchina: l'allenatrice aveva già fatto tutti i cambi possibili e immaginabili, e inoltre ero fermamente decisa a rimanere in campo fino alla fine.
Alla fine arrivò l'ultima palla. Tre mie compagne se la passarono e tentarono una schiacciata, nuovamente respinta dalle avversarie. Quando tornò nel nostro campo tentai il tutto per tutto: mi puntai sui piedi e feci un salto per cercare di fare muro con le mani. Ma non andò come avevo sperato: mentre alzavo le mani, la palla mi colpì un dito, insaccandomelo, e toccò terra troppo velocemente perché le altre potessero salvarla.
Crollai con le mani sulle ginocchia, mordendomi le labbra fino a farle quasi sanguinare. Il dito mi faceva malissimo, ma non era niente, paragonato alla vergogna che mi bruciava dentro. E a ciò che ne sarebbe seguito.
Dopo la partita, nello spogliatoio, nessuna mi rivolse la parola. L'allenatrice si era limitata a dirci che eravamo state abbastanza brave, ma ci elencò soprattutto i nostri difetti di gioco e i successivi miglioramenti che avremmo dovuto apportare. Ma non andò così.
Nei giorni successivi le compagne iniziarono a respingermi, a ignorarmi. Passai dall'essere la scelta intermedia della squadra all'ultima, e anche in quel caso era praticamente come se non giocassi: la palla non mi veniva mai passata, e ogni volta che mi toccava servire, le altre alzavano gli occhi al cielo, o sbuffavano. Poi iniziarono a trovare dei pretesti per litigare con me. Chiedere spiegazioni era inutile: bastava un niente per accendere una lite che poteva durare anche per tutto l'allenamento. Alla coach sembrava non fregare niente. La cosa migliore che poteva fare era borbottare un rimprovero svogliato perché tanto, a suo dire, l'importante era: "Allenarsi al massimo e vincere la prossima partita!"
Era come se l'aver sbagliato quell'unica partita avesse fatto scoccare una scintilla di astio nei miei confronti che l'intera squadra si teneva dentro da un pezzo. Eppure, non ricordo di essermi mai comportata male nei loro confronti. Non penso che avessero solo portato tanto rancore per una partita persa, altrimenti non avrebbe avuto senso... credo.
In ogni caso, la situazione divenne insostenibile. Alla fine, un pomeriggio che avrei dovuto avere allenamento, la mamma venne a chiamarmi per ricordarmi di non fare tardi.
«Non ci vado più a pallavolo, mamma» le risposi.
«Perché no, piccola?» mi chiese.
Non volevo dirle che era perché non andavo più d'accordo con le mie compagne; già non uscivo quasi mai di casa. Così le dissi la prima bugia che mi passò per la mente.
«Perché l'allenatrice ha chiuso.»
«Come sarebbe, ha chiuso?»
«Sì, ha mollato, non fa più allenamenti e la palestra ha sospeso tutto.»
«Ah, capisco...» mormorò.
Per fortuna non scoprì mai la verità, e comunque stava anche affrontando il divorzio da papà, così riuscii a cavarmela facilmente. Ma la delusione di aver abbandonato l'unico sport che mi fosse mai piaciuto in vita mia mi bruciava ancora dentro.

«Hetty?» Claire mi schiocca le dita davanti al naso.
«Eh, cosa?» faccio.
«Allora? Perché hai smesso?»
«La coach ha mollato» taglio corto, dato che non ho voglia di spiegare loro tutta la storia.
Lei e Tracy si guardano, come in una muta consultazione.
«Hetty?» mi chiede Tracy. «Oggi saresti libera un'altro paio d'ore, dopo scuola?»
«Perché?» Mi acciglio.
«Ti andrebbe di fare allenamento con noi?» mi propone. «Avresti le carte in regola per entrare in squadra. Fai una prova, vedi se ti piace, e poi magari decidi. Che ne pensi?»
"Oh..." Dentro mi ribollono un sacco di emozioni contrastanti. Che devo fare? Un altro tentativo e provare a farmi accettare in questa nuova squadra? Oppure lasciar perdere, come mio solito?
"E se poi non ti piace più l'allenamento?" penso. "O peggio: finisce come l'ultima volta?"
In effetti è vero. In questi ultimi anni mi sono impigrita parecchio. Non avendo praticamente amici, la pallavolo era la mia unica fonte di movimento vero, a parte le ore di ginnastica a scuola. Ma il vero problema è un altro: ho paura. Paura che fallirò anche stavolta, che si rovinerà tutto di nuovo.
Ammetto che mi piacerebbe davvero ricominciare a giocare, ma sento che, se andasse male anche stavolta, sarebbe un colpo durissimo da sopportare.
"Merda, che devo fare?" continuo a ripetermi.
«Se non vuoi, tranquilla» aggiunge Claire. «Non siamo qui per costringere nessuno. È solo che ci sembra una buona idea, visto che ti piace giocare.»
"È vero..." penso.
All'improvviso ripenso a ciò che mi ha detto Dan il primo giorno di scuola: è inutile preoccuparsi di come era ieri, e ancora di più di come sarà domani. Bisogna fare ciò che si vuole, e lasciare che le cose vengano da sé.
In effetti... non è del tutto sbagliato come ragionamento.
Poi mi torna in mente anche ciò che mi ha detto Dom: la felicità si può trovare, dovunque si voglia.
Forse hanno ragione entrambi: rimuginare sul passato e il futuro è inutile, mentre questa potrebbe essere un'occasione per riacquistare un po' di felicità perduta...
Alla fine prendo una decisione, sperando che si riveli quella giusta.
«D'accordo» dico. «Ci sto!»
«Vai così!» esultano.
«Qual è il programma?» chiedo.
«Intanto finiamo la lezione, poi ne parliamo con la coach.»
«Okay.»
Prima di tornare in palestra, faccio un salto negli spogliatoi e invio un messaggio ai miei per dir loro che tornerò a casa più tardi. Due giorni di fila che non torno subito a casa dopo scuola! Quasi non ci crederanno. E non ci credo nemmeno io!
Sono ancora un po' agitata, ma al tempo stesso non vedo l'ora che arrivi la fine delle lezioni per incominciare l'allenamento.

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