34 - L'adolescenza di Lara

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Quando era riuscita a ristabilire un contatto col mondo, Lara aveva scoperto che lo zio aveva lottato per anni al fine di ottenere la sua custodia legale. Quando c'era riuscito, l'aveva portata a casa sua, in collina: una villa circondata da un parco che somigliava a un bosco. C'era odore di bosco anche dentro la casa. L'umidità muscosa entrava dagli spifferi delle finestre e impregnava l'aria di un odore forastico.

Lara era rimasta convalescente per alcuni mesi, costretta a letto a causa della debolezza che i farmaci le avevano lasciato in eredità. I muscoli sembravano sciolti e impotenti sotto la pelle tesa, ma era perfettamente accudita e nutrita dai domestici silenziosi. Presto riuscì a ingerire cibo solido e le tornò l'appetito. Amava stare sotto la doccia bollente e non appena era riuscita a reggersi in piedi aveva iniziato a passeggiare nel parco. Evitava il salone dello specchio che l'aveva tanto spaventata e quando il suo sguardo per sbaglio incrociava una superficie riflettente, lei lo distoglieva subito, sopportando senza lamentarsi il senso di vertigine e cercando d'ignorare la paura. Se lasciava che la sua mente indugiasse nei ricordi, se perdeva il controllo anche solo per un attimo, sentiva il terrore inondarla come un fiume in piena. Quindi cercava di mangiare quanti più dolci allo zenzero possibili, di passeggiare in mezzo al bosco girando alla larga dagli specchi d'acqua e di conversare con lo zio davanti al caminetto della cucina. Eresse un muro di solida pietra tra sé e il Mondo Specchio. La vita scorreva lenta, finché il suo muro non crollò.

Quella sera aveva mangiato un ottimo brasato, guardando fuori dalla finestra la giornata che volgeva al crepuscolo. Quando il vetro smise di mostrare il mondo esterno, Lara distolse lo sguardo e si alzò per raggiungere lo zio davanti al caminetto. La cucina era la stanza più calda della casa, perciò vi passava gran parte delle sue giornate.

Andò ad accoccolarsi sulla poltrona rossa e prese a fissare le fiamme che lambivano il legno. Ogni tanto uno scoppiettio accompagnava le faville verso l'alto, poi il fuoco tornava quieto al suo lavorio.

"Mi piacerebbe imparare a leggere" disse tutto d'un fiato.

Provava un imbarazzo bruciante per la sua condizione analfabeta, ben sapendo che i suoi coetanei avevano già imparato a leggere e scrivere, ma vide con sollievo che lo zio Alfonso sollevava il capo dal grosso libro che teneva in grembo e le sorrideva, rassicurante come sempre.

"Ho già assunto un precettore, aspetta solo di iniziare. È un giovane filosofo specializzato nelle discipline orientali."

Lara sorrise, rivolgendo allo zio un ringraziamento silenzioso.

"Hai molto da recuperare, temo che non farai in tempo a frequentare il liceo, ma quando ti sentirai pronta potrai iscriverti all'università" disse. Poi, con un guizzo degli occhi aggiunse: "Bada che mi aspetto che tu lo faccia e che porti a casa degli ottimi voti, anche."

Lara rise, imbarazzata ma non più vergognosa. "Sarà fatto, zio, grazie."

Aveva dei seri dubbi riguardo le sue abilità scolastiche, considerando che non aveva mai frequentato le elementari, ma la sicurezza dello zio le dava coraggio. Non pensava davvero che si sarebbe mai iscritta all'università, ma era felice perché essere capace di leggere un romanzo per conto proprio e magari ottenere il diploma ora sembrava un traguardo raggiungibile.

"Ti piacerebbe se ti raccontassi una storia, stasera?" chiese lo zio. Le rughe sul suo volto erano tese per l'aspettativa.

"Certo."

"È la storia della nostra famiglia, probabilmente non ti piacerà. Tua madre non ne sapeva nulla, per questo non ha potuto aiutarti. Tua nonna non le ha mai raccontato la nostra storia."

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