"Ex favilla nos resurgemus."
Kailani Johnson capì di non essere al sicuro nell'esatto momento in cui i suoi occhi si posarono su quella misteriosa frase latina, incisa sul retro di una polaroid che la raffigurava intenta a lasciare il suo appartamen...
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"May flowers grow in the saddest parts of you."
Ogni fibra del mio corpo era in allerta.
Non c'è nessuno.
Camminavo rapidamente, rischiando di inciampare nei miei passi e di ignorare il dubbio che continuava ad insinuarsi sotto la mia pelle ad ogni metro che mi allontanava dalla villa. Continuavo a guardarmi alle spalle, l'ansia costante di scoprire che uno dei ragazzi mi stesse seguendo mi stava mandando fuori di testa.
Era sera inoltrata, e le luci tremolanti dei lampioni formavano delle ombre mutevoli, che sembravano seguirmi. Il piano era semplice, così semplice che le probabilità di mandarlo all'aria erano alte.
Allontanarsi dalla villa, trovare un taxi e farmi portare nell'indirizzo del bigliettino che stringevo tra le mani come se ne dipendesse la mia stessa vita.
Non c'è nessuno.
Qualsiasi rumore, persino quello provocato dal giubbotto di pelle che indossavo, rimbombava nella mia testa. Gli esercizi per calmare il mio respiro fuori controllo sembravano solo star peggiorando il mio stato d'animo. La sensazione che li stessi tradendo, approfittandone di un momento in cui nessuno di loro era vigile, continuava a gridarmi di fare marcia indietro, rimettere indietro i soldi che avevo rubato dalla stanza di Silas e ignorare il presentimento che tutto ciò che conoscevo stesse per sgretolarsi.
Non c'è nessuno.
Una fine imminente, che strisciava sui marciapiedi e mi circondava come un presagio da cui era impossibile scappare. Un peso cresceva dentro di me, sordo e ostinato, ad ogni passo che facevo. Oltre la debole illuminazione, c'era solo buio, un'oscurità impossibile da scavalcare ed io mi ci stavo addentrando, lasciando alle mie spalle la villa Hastings, che nella chiazza tremolante dei lampioni sembrava una carcassa abbandonata, con le finestre e porte serrate, quasi a non voler lasciar andare il dolore che stava trattenendo.
Il biglietto sfregava tra le mie dita, quasi bruciandole. Lo stringevo con forza, nonostante avessi memorizzato l'indirizzo nell'esatto momento in cui cadde dalla giacca che avevo indossato alla festa di Silas, la notte in cui tutto cambiò. Quel pensiero mi provocò una fitta al cuore, i sensi di colpa tornarono ad investirmi con la forza di un uragano. Tutte le immagini dell'incidente continuavano a ripetersi, come un film horror da cui non riuscivi a staccare lo sguardo, davanti ai miei occhi, ma la cosa che mi aveva completamente annientato era lo sguardo di accusa di Riyas. Da quella notte sul tetto dell'Eden, avevo compreso che non c'era più modo di tornare indietro, che gli avevo strappato via la persona più importante della sua vita, quella che gli era rimasta dopo la morte di sua sorella e sua madre. Avrei potuto fermare Levi, cercare aiuto, avvisare Riyas, Silas, Willow, ma ero rimasta terrorizzata dall'idea che qualcosa di brutto potesse succedere a Riyas. Levi mi aveva convinto del fatto che il silenzio era l'unico modo per salvargli la vita, e la fiducia che avevo risposto in lui aveva cancellato l'ultimo pezzo di umanità che gli apparteneva.