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Riyas

 «Am I supposed to be grateful to have survived this?»

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«Am I supposed to be grateful to have survived this?»





Era solo un sogno.

Il suono ripetitivo e assordante della lama che scivolava sulla pietra, avanti e indietro, coprì il rumore incessante del traffico sotto ai miei piedi. Clacson, urla impazienti, lo sfregamento delle gomme che sterzavano contro il pavimento, la radio accesa ad un volume fin troppo alto che passava una fottuta canzone country, il mio respiro accelerato. Si trattava di un insieme di graffi sonori che raschiavano contro il mio petto dolorante.

Tutto intorno a me continuava a respirare, muoversi, gridare, sussurrare, emettere suoni, piangere, ridere. Il mondo non si era fermato, e quella consapevolezza mi stava lacerando secondo dopo secondo.

Tornai a posare lo sguardo sulla lama, nonostante non ne avessi bisogno. I miei movimenti erano automatici, robotici. Il raschio del metallo copriva il frastuono della città, era quasi un lamento, costante, angoscioso, in sintonia con il ronzio incessante della mia mente. Non era il flusso di pensieri che mi aveva sempre condannato, erano gli strascichi di un silenzio che nemmeno il mio cervello riusciva a spiegarsi. Per la prima volta, dopo un'eternità a lottare contro le battaglie sanguinose che prendevano vita nella mia mente, c'era silenzio, quiete, calma.

Mi ero sempre immaginato quel momento nei miei ultimi attimi di vita, pochi minuti di completa pace in cui ammettevo sconfitta contro me stesso. Era l'unica battaglia che ero disposto a perdere, quella in cui il mio avversario ero io stesso.

Eppure, in quel momento la pace a cui avevo sempre bramato con un desiderio struggente sembrava solo un'altra forma di vuoto.

Erano passati anni dall'ultima volta in cui limai un coltellino, si trattava di una delle mie attività preferite da piccolo, quando il buio diventava troppo opprimente, il suono regolare della lama che scivolava sulla pietra si trasformò in una cantilena confortante. Continuai fin quando non divenni un vero e proprio maestro, e trasmisi quella passione anche a Silas, Rain e L-

Il pensiero che stava per formarsi nella mia mente venne subito rindirizzato verso la lama tra le mie mani. Il peso del metallo sapeva di casa tra i miei polpastrelli. Accelerai i miei movimenti quando mi ritrovai intenzionato a riaprire quella ferita e scavarci dentro.

L'incubo dell'incidente mi era sembrato così reale da tenermi sveglio, anche quando la stanchezza divenne troppo pesante da combattere.

Ogni passaggio della lama contro la pietra sembrava voler cancellare ogni pensiero prima che potesse diventare reale.

Avanti. Indietro. Avanti. Indietro. E ancora.

Il tetto dell'Eden non mi era mai sembrato così spoglio e vuoto, eppure era lo stesso. Stesso cornicione, stessa distanza dal cielo luminoso, stessa probabilità di cadere nel vuoto dopo un passo falso. Forse ad essere diversa, era quell'attesa di sentire qualcuno salire le scale, comparire silenziosamente al mio fianco e invece che chiedermi come stessi, porgermi una sigaretta.

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