35 - Epilogo

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Helen

1 febbraio 2024

New York aveva un modo di respirare tutto suo dopo il tramonto. L'aria calda che usciva dai tombini, le luci dei semafori che si infrangevano sull'asfalto bagnato e il brusio costante di voci che sembrava non spegnersi mai.

Era decisamente diversa da Santa Barbara, dove la notte il silenzio regnava e tutto ciò che potevo udire era il rumore delle onde infrangersi contro la costa e l'odore del sale.

All'inizio la grande mela mi intimidiva. Ricordo ancora la prima notte fuori; avevo fatto un salto quando, perla prima volta, sentii la metropolitana rombare sotto di me.
Adesso mi ero abituata a tutto quel caos, certo non del tutto ma dopo un mese passato lì potevo dire quantomeno di riuscire ad accettare che era una città che non dormiva mai.

Le vetrine dei negozi erano ancora illuminate, e i vetri riflettevano la mia immagine. Anche quella aveva subito un cambiamento, i miei capelli erano un po' più scuri e gli abiti più invernali.

Mi sentivo un po' più la Helen di Oakland che quella di Santa Barbara.

Le scalinate in pietra arenaria delle brownstone si susseguivano eleganti, con ringhiere nere e piccole lanterne accese accanto alle porte. Era in una di quelle case che Paula mi stava aspettando.

La festa del gruppo di lettura a cui mi ero unita circa due settimane prima si teneva in un appartamento al secondo piano, in una tipica casa a schiera con mattoni rossastri e finestre alte che fino a un mese prima avevo visto solo nei film.

Dalle tende filtrava una luce calda, color miele, e si intravedevano sagome che si muovevano lentamente. Immaginavo pile di libri sui tavolini, bicchieri di vino rosso abbandonati sui tavoli in legno e qualcuno seduto per terra a discutere animatamente di un romanzo russo che probabilmente non avevo ancora letto.

Salendo i gradini, sentivo il legno scricchiolare sotto i miei stivali. Mi fermai un attimo prima di suonare. Avevo il cuore leggermente accelerato ma non per la fatica.

Da un mese a quella parte mi sentivo sospesa in una vita diversa da quella che avevo lasciato in California, come se ci fossero due Helen diverse su questo pianeta terra.

E quella di New York vedeva la costa Ovest così lontana da non svegliarsi più nel cuore della notte in preda agli incubi su suo padre. Da non sentirsi più un peso per suo fratello Ilan e soprattutto, si sentiva appesa ad un filo di apatia che la sorreggeva sopra Julian.

Non dovevo pensarci, continuavo a ripetermi. Altrimenti quel filo si sarebbe rotto e sarei sprofondata di nuovo nel dolore.

Helen sei sicura che sia stato giusto scappare per non soffrire? Mi aveva chiesto la psicologa, in una delle mie prime sedute.

Ed io le avevo risposto che finché sentivo di meno il dolore poteva andare bene.

La verità era che sapevo perfettamente che bastava davvero poco per tornare alla realtà, ma per ora avrei potuto evitarlo.

Bussai.

"Oh dio Helen, sei venuta!" Paula mi guardava con un sorriso a trentadue denti dal ciglio della porta.

I suoi ricci lunghi le coprivano le spalle e la pelle scura brillava più del solito quella sera.

Sorrisi, prima di farmi spazio ed entrare nell'appartamento. Un'ondata di aria calda e profumata mi colpì i sensi e mi sfilai la sciarpa rossa che fino a poco prima mi teneva al caldo.

L'ingresso era stretto ma alto, con il soffitto decorato da stucchi un po' consumati dal tempo. Una lampada appesa diffondeva una luce dorata, leggermente tremolante, che faceva brillare il corrimano scuro della scala.

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