Da un momento all'altro, avevo cambiato vita.
Ogni mattina mi alzavo all'alba, indossavo i miei abiti e mangiavo il cibo che Corvi mi concedeva ogni sera dalle razioni delle sue serve - fra l'altro, nessuna di queste osò mai parlarmi.
Ovviamente, non ero un'acconciatrice e anche la vichinga lo sapeva, per questo mi limitavo a pettinare i suoi lunghi capelli e tentare di imparare ad intrecciare le meticolose trecce del suo popolo con scarsi risultati. Corvi ogni tanto rideva di me, ma non si arrabbiava mai: mi domandava di come stessi, o se avessi bisogno di aiuto per sistemare la mia abitazione.
Quelle poche ore erano la mia unica consolazione prima del lungo silenzio: passai quelle giornate mangiando in silenzio in un cantuccio nascosto della sala del trono - ben lontano dagli altri - e osservare la neve che aveva preso a cadere durante i giorni più freddi.
Iniziai ad abituarmi anche all'odio, quelli dei pagani, che non stentava mai ad abbandonarmi: sentivo i loro sguardi, le loro parole rancorose, o i bisbigli mal nascosti.
Non mi volevano a corte e ci tenevano a farmelo a sapere e, in fondo, a me andava bene: ero sempre stata abituata a questo, al vivere male.
Il quinto giorno, però, qualcosa cambiò.
Corvi mi aveva domandato di pulire il pavimento della sala reale insieme alle altre serve ed io avevo accettato, perciò mi ero ritrovata in ginocchio a terra con un secchio vicino e un panno umido nelle mani.
Fu allora che lo vidi, che comparve Kåre.
Indossava i soliti abiti scuri e in cuoio e teneva i capelli castani arricciati sulla fronte. I suoi occhi erano arrossati e il viso stanco, ma cercava sapientemente di non farlo notare, consapevole di non poterselo permettere.
Kåre non mi vide subito: cercava Thorgest per parlare di qualche affare reale e io ero nascosta dal lungo tavolo da pranzo. Mi bastò solo sentire la sua voce - nemmeno vederlo - per sentire il mio cuore esplodere nel petto.
Sbucai appena dal mio nascondiglio, sporgendomi per riuscire a scorgere un poco del suo aspetto. Bello come sempre, ora così distante sembrava quasi brillare sotto una luce diversa.
Lo sentivo lontano, inafferrabile e, soprattutto, diverso.
Come sua schiava, non ero mai riuscita a capirlo: a volte era nervoso, arrabbiato, quasi crudele, mentre altre...quasi riusciva a farmi credere che potesse esserci un qualcosa.
Cosa questo fosse, ovviamente, non ero mai riuscita ad afferrarlo ma, in quel momento, mi mancava con tutta me stessa.
Mi mancava Kåre, terribilmente, e, allo stesso tempo, lo odiavo con ogni fibra del mio corpo.
La mia mente era un completo claos.
«Oh.»
Kåre si voltò quasi per sbaglio, ormai stanco di parlare col fratello, ma i suoi occhi mi trovarono subito, cambiando. Il verde divenne tetro come le foglie cadenti in autunno, e bloccò i suoi passi.
Io, invece, mi alzai: ero sporca, affannata e con un vecchio straccio in mano ma non mi importava. Sorressi il suo sguardo, e sopportai tutto ciò che vedevo nascosto in questo.
Una persona che avevo conosciuto, ma che ora se n'era andata; un demone che avevo scambiato per una via di fuga.
«Mio signore,» dissi, tentando una riverenza.
Kåre non sopportò oltre: distolse lo sguardo e se ne andò, passandomi affianco senza sfiorarmi. Per un breve instante, riconobbi il suo profumo e dovetti stringere i denti per non essere invasa dalla mancanza.
STAI LEGGENDO
An Dubh Linn
Historical FictionAnno 844; la città di Dublino sta lentamente prendendo vita, sorgendo dalle ceneri lasciate dal gruppo di vichinghi guidati dall'intransigente Thorgest. Dopo una sola manciata di anni, la conquista è ormai al termine, e Thorgest si appresta a compie...
