Ab Imo Pectore è una storia d'amore.
Ab Imo Pectore è una storia di vendetta.
Ab Imo Pectore è molte cose, ma è soprattutto la storia di un'ossessione.
Tutti i personaggi che incontrerete durante questo viaggio, scopriranno l'oscurità assieme a voi...
La lingua gli inumidiva le labbra secche e assetate. Non avrebbe saputo dire con precisione da quanto tempo fosse digiuno. Dimenticava di mangiare e bere quando pensava a lei. Non sentiva la sete e il sonno era un lontano ricordo. Aspettava in silenzio, nell'ombra, mentre la seguiva con lo sguardo, come una fiera affamata.
Un'attesa che non era immobilità bensì preparazione.
Sapeva che il momento prima o poi sarebbe arrivato, che ogni giorno si faceva più vicino. La seguiva da giorni e conosceva a memoria tutti i suoi orari, i suoi spostamenti. Sapeva che la mattina successiva avrebbe dovuto svegliarsi presto e lui sarebbe stato lì, ad attenderla. Il minuto esatto in cui avrebbe varcato la porta di casa e imboccato il vialetto, lasciando dietro sé un profumo inebriante. I capelli di Mabel odoravano di salvezza e dannazione.
La mano iniziò a tremargli e le dita ad aprirsi e chiudersi spasmodicamente attorno all'aria circostante, mentre immaginava di afferrarglieli e tirarla verso di sé. Erano onde i ricci di Mabel. E gli appartenevano come qualsiasi altra parte del suo corpo. Un'opera d'arte disegnata da una mano sapiente. I seni piccoli ma tonici, le spalle atletiche, la vita stretta adornata dal bocciolo perfetto del suo ombelico. E più giù, il centro del suo essere donna, il fulcro della vita...
Nonostante l'aria della sera iniziasse a farsi più fresca sul finire dell'estate, si accorse di stare sudando. Aveva la mente imperlata di goccioline, le sentiva scendere anche dalla nuca, percorrergli il collo e infilarsi sotto il colletto della maglietta. Doveva respirare, calmarsi, mantenersi lucido il più possibile. Non poteva permettersi di sbagliare.
Con lei, in lei, iniziava e finiva la sua esistenza. Lei era il suo cuore e presto sarebbe diventata il suo fiato.
– Perché lei mi appartiene, – sussurrò con voce roca e fu quasi un ringhio, – come io le appartengo. Siamo un'unica cosa.
Disse questo, poi tacque. Gli fece eco il silenzio del buio, testimone cieco della sua ossessione.
Sapeva già cosa fare, se lo ripeteva da anni. Ogni momento avvertiva come dolorosa la distanza che li separava. Quando il malessere si faceva insopportabile, immaginava il giorno in cui finalmente l'avrebbe fatta sua. Perché Mabel lo desiderava, ne era convinto, altrimenti non avrebbe allontanato ogni ragazzo che avesse provato ad avvicinarsi. Tutti i corteggiatori si erano negli anni dileguati, come scarafaggi dopo aver acceso la luce. Questo erano, insulsi e fastidiosi insetti. E se anche non si fossero allontanati da soli, ci avrebbe pensato lui a schiacciarli. Uno dopo l'altro.
– Mabel, la mia gemma preziosa.
Le lacrime gli inondarono gli occhi ma si sentì sciocco. Non c'era motivo di piangere. Il tempo dell'attesa era finito.
– Presto, molto presto, verrò a prenderti.
La belva sorrise nell'oscurità, pregustando il momento. Poi scomparve, così com'era apparsa, all'improvviso.
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