Ab Imo Pectore è una storia d'amore.
Ab Imo Pectore è una storia di vendetta.
Ab Imo Pectore è molte cose, ma è soprattutto la storia di un'ossessione.
Tutti i personaggi che incontrerete durante questo viaggio, scopriranno l'oscurità assieme a voi...
Tendiamo sempre a voler individuare quale sia l'origine del male.
Cerchiamo il movente, dietro l'omicidio. La devianza, dietro la perversione. L'impulso, dietro l'aggressione. È logico, voler trovare una motivazione. Sebbene essa ci appaia poi illogica, irrazionale e non condivisibile. Vogliamo che dietro agli atti più brutali che un essere umano possa compiere nei confronti di un altro appartenente alla sua stessa specie, ci sia almeno una spiegazione. È un processo che avviene in maniera inconscia, naturale, potremmo dire. Tanto che, nei casi in cui non si riesca a trovarne una plausibile che ci soddisfi, si considera l'individuo in questione un "pazzo", un "malato di mente" e si definisce il suo operato come un raptus di follia.
Deve esserci sempre una causa da cui il male tragga origine. Deve esserci sempre qualcuno o qualcosa che, a un certo momento della nostra vita, ci abbia costretto ad aprire un varco sulle tenebre. Sarebbe troppo destabilizzante credere che l'abisso esista già dentro di noi, dentro ognuno di noi e che ci chiami a gran voce, costantemente. Perché l'intera esistenza diverrebbe una gara costante di resistenza a quel richiamo e anche in quel caso, tenderemmo a volerla ascrivere in un disegno più ampio, del quale noi saremmo il mero ago della bilancia tra bene e male, luce e oscurità, giusto e sbagliato.
Eppure questi sono solo concetti. Sono derivati di un processo di sintesi teologica, filosofica e culturale. Sono ciò che apprendiamo, non ciò che siamo. Categorizzare, selezionare e razionalizzare implicano sempre una condizione di controllo. Controllo sulla nostra vita, su noi stessi, sul lato oscuro.
Perché ben altra cosa sarebbe accettare che il male non sia qualcosa che venga innescato da fuori, ma insito in noi stessi. Che ognuno di noi, immotivatamente, nel quotidiano, compia spesso azioni crudeli e inique. Quando scegliamo di ferire per mezzo delle parole; quando trattiamo con superficialità i sentimenti altrui, quando invidiamo, quando mentiamo, quando cerchiamo il contrasto o lo scontro fisico, perché il dialogo non basta a placare la nostra rabbia. Perché sfogare la nostra frustrazione su qualcun altro è così soddisfacente. È una forma di appagamento immediata. Più del cibo, più del sesso.
Lo facciamo tutti, chi più chi meno. Chi in maniera passiva e chi dichiarata. Qualcuno si sfoga su stesso. E non è forse quella l'essenza più pura della cattiveria?
La parola cattivo ha un valore etimologico specifico, viene dal latino captivus, che letteralmente significa prigioniero. E, a questo mondo, non esiste alcuno che non sia prigioniero, almeno di se stesso.
L'unica vera paura che ci attanaglia in quanto esseri umani, non è tanto quella di non poter controllare il corso degli eventi o la reazione di quelli che ci circondano, bensì quella di guardare sotto la maschera. E se la maschera fosse la nostra? E se il male non avesse altra ragione di esistere se non quella di essere nato con noi, per noi e dentro di noi?
E se il mostro che tanto ci atterrisce, avesse la nostra stessa faccia?
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