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Boone

Sento di star cadendo in un burrone senza fine.

Mi sono sporcato le mani di così tanti crimini, reati da averne perso il conto effettivo. Ho pensato varie volte alla possibilità di costituirmi, ma non ne ho mai avuto il completo coraggio. Scuoto il capo, guardando il mio riflesso allo specchio. Delle goccioline d'acqua scivolano sulla mia fronte, ho gli occhi spiritati e l'animo a terra. Chiudo gli occhi, ripetendomi nella mente i nomi delle mie vittime.

Nolan.

Scott.

È tutta colpa mia.

Mi allontano dallo specchio del lavandino, uscendo dal bagno con furia. Giro l'angolo, bloccandomi di fronte alla porta della mia camera alla vista del mio incubo peggiore. Se ne sta lì, felicemente accomodato sulla poltrona con una gamba sull'altro ginocchio e uno sguardo affatto socievole. Delle goccioline di sangue sporcano la sua giacca di pelle nera, le nocche macchiate di rosso mi fanno intuire cos'abbia appena fatto. Nonostante l'aspetto orribile, il mio cazzo si tira su nei boxer di fronte alla sua bellezza malata. «Non hai un bell'aspetto» lo dice proprio lui, inclinando il viso di lato mentre mi studia.

«Te lo sei tolto dai piedi?» ammicco, freddamente.

«Sì, c'erano dubbi?» arriccia le labbra, quasi offeso dalla mia domanda. Scuoto il capo, iniziando ad aprirmi la camicia sudata.

«Ne ho le palle piene di questa storia» lo affronto, intanto che tamburella le dita sul bracciolo della poltrona di pelle. «Ho fatto tutto quello che volevi, ho taciuto e mi sono macchiato di crimini orribili a causa tua» lo indico, sentendo la rabbia aumentare. «Non riesco neanche a guardarmi allo specchio per quanto mi faccio schifo» scuoto il capo, lasciando trapelare del risentimento nel mio tono di voce. Resta impassibile, mi lascia sfogare e attende un mio silenzio che presto arriva. «Vuoi che ti assolva?» domanda con tono calmo, assottigliando le palpebre.

«Voglio che tu mi lasci in pace» strido i denti.

Un miscuglio di emozioni prendono possesso del mio corpo quando si alza lentamente dalla poltrona, gettando un'occhiata distratta al contorno prima di arrivarmi a un soffio dal viso. È più alto, più massiccio rispetto a me ma non devo alzare il mento per guardarlo in viso. Mi aspetto che si rifiuti, che mi tenga ancorato a sé perché lo desidera ma ciò non avviene. «Sei libero» allarga le braccia, mentre io perdo un battito. «Sei esonerato da ogni mio richiamo, da ogni mio ordine» decanta, come se stesse recitando.

«Come faccio a sapere che dici il vero?»

Fa spallucce, fermandosi di fronte alla finestra. «Semplice, stasera ripartirò per Chicago e non mi vedrai più» aggiunge, perso a guardare il panorama esterno. Ho desiderato la mia libertà per anni ma, ora che ce l'ho, sento di non volerla completamente. Cosa passa nella testa di quest'uomo? È davvero così privo di empatia, emozioni?

No, ho scorto qualcosa nei suoi occhi quando ha nominato Chicago.

Lei è lì che lo aspetta.

Stringo i pugni, mi mordo il labbro inferiore e ingoio la rabbia che mi assale. Quella maledetta analista, mi è stata sul cazzo fin dall'inizio: ho tentato di tenerla alla larga, ma non è servito a nulla. «Cosa vuoi farne di quella donna?» domando, alzando il mento sotto la sua occhiata divertita. «Non lo so, sto tentando di capirlo ancora» fa una smorfia, per poi girarsi completamente in mia direzione. Brett si guarda l'orologio al polso, facendo un breve sorriso privo di calore per poi compiere dei passi in mia direzione. Mi guarda dall'alto al basso, facendomi fremere mentre lentamente mi supera e illude. «In cucina ti attende una bottiglia di vino pregiato, goditela» dice, senza voltarsi. A ogni passo che compie, il mio cuore si indurisce. Non appena il portone si chiude, io resto solo in questo appartamento austero. Contro ogni previsione, mi dirigo in cucina per stappare la bottiglia che mi ha regalato. Alzo un sopracciglio, controllando l'etichetta: Chardonnay – 1989. Gli sarà costato parecchio, so che questa marca è piuttosto famosa. Scuoto il capo divertito, togliendo il sughero per poi aprire uno dei cassetti in alto e tirare fuori un calice di vetro. Verso quattro dita di vino rosso, mi scolo il primo sorso e dopo mi bagno di nuovo le labbra. Estraggo il telefono dalla tasca per cercare su internet il prezzo della bottiglia. Appaiono le prime immagini del prodotto e, alla vista di esse, uno strano presentimento prende largo dentro di me. Sbatto le palpebre, gettando un'occhiata sospetta alla bottiglia nera di lato al mio braccio destro.

Sgrano gli occhi, il telefono mi scivola dalle mani di fronte alla mia realizzazione.

Doveva essere confezionata.

Il sughero avrebbe dovuto essere coperto dalla solita carta di merda che mettono tutti gli imprenditori, quindi non visibile ai miei occhi. «No, non è vero» mi illudo, sporgendo il capo verso l'alto della bottiglia. Delle strane bollicine sgorgano dal vino, facendomi capire cos'abbia fatto quel bastardo. Scuoto il capo, quando un improvviso bruciore alla gola mi fa tossire violentemente. La vista inizia a divenire poco chiara e mi domando cosa diavolo abbia ingerito. Prendo il telefono da terra, riesco a comporre il numero e l'operatore mi risponde quasi subito. «911, emergenza?» domanda l'uomo, mentre io strizzo gli occhi. «Ho-ho bisogno di...» vomito sangue sul pavimento, sentendo le orecchie fischiarmi. «Aiut...» invoco qualcuno, ma per sbaglio scivolo a terra e il telefono resta sulla penisola. «Non riesco a sentirla» ripete l'operatore. Sono intorpidito, non riesco a muovermi e temo che tutto questo fosse calcolato fin dal principio. Stava recitando prima, magari l'ha sempre fatto e io me ne sono accorto solo adesso. Lasciarmi libero gli sarebbe costato troppo, rischiare che io raccontassi tutto alla polizia mangiato dai miei sensi di colpa l'ha portato a prendere questa decisione. Una lacrima solca la mia guancia, un'altra ancora scende a capofitto dalla mia palpebra e io non so più controllare neanche un muscolo del mio corpo. Socchiudo gli occhi e prendo un ultimo respiro, ormai consapevole della morte che mi attende.

Il Male In TeLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora