GRACE
Paura, desolazione, senso di impotenza, voglia di sprofondare nella fossa delle Marianne. Mi sento così, ora. Il vestito mi si è incollato addosso e percepisco lo sguardo infuocato degli uomini che mi hanno – gentilmente – prelevata da casa mia, su ogni centimetro di pelle coperta e non. Una ciocca ribelle fuoriesce dallo chignon improvvisato che ho tirato su per il party a cui non parteciperò.
«Dove diavolo stiamo andando?», borbotto, mentre mi sistemo più al lato possibile del sedile.
«Il diavolo lo incontrerai presto, tesoro», risponde uno dei due con un accento stranamente troppo marcato.
Incrocio le braccia al petto, ammutolendomi. Vorrei dire qualcosa in più ma sento che se io lo facessi, li indispettirei. E nonostante io muoia dalla voglia di mandarli a quel paese con un volo diretto, non posso permettermi il lusso di provocare da me il dolore che potrebbero infliggermi. Sono stati buoni fino ad ora ma non metterei la mano sul fuoco sul fatto che continuerebbero a farlo, se io li provocassi.
«Chissà quell'idiota come sta impazzendo ora», dice quello seduto al lato del passeggero, sorridendo.
«Sicuramente starà dando di matto. È un cane al guinzaglio, tutto per una mezza figa di plastica come questa», lo incalza subito l'altro, divertito.
«Figa di plastica sarà tua madre», sbotto, pentendomene subito dopo.
L'uomo si limita a fissarmi dallo specchietto retrovisore, incenerendomi con i suoi occhi verdi scuro che mi ricordano il colore del guscio delle tartarughe.
«Spero proprio che lui ti rimetta al tuo posto, con quella lingua tagliente che ti ritrovi non durerai molto», mi ammonisce il passeggero.
Deglutisco. Ha ragione, devo ridimensionarmi se non voglio finire in guai più grandi di questo. Ho un mezzo dubbio su chi abbia potuto escogitare tutto questo ma fino a quando non me lo ritroverò davanti, non potrò dire con certezza che i miei sospetti siano fondati. Ho lo stomaco sottosopra; chissà se Jason si è già attivato. Avrei dovuto ascoltarlo e lasciare che mi accompagnasse lui in azienda ma dopo la sua fantastica proposta, ho solo pensato al fatto che avrei voluto lasciarlo senza parole una volta arrivata al party. E sicuramente lui è senza parole ora, ma non per i motivi da me desiderati. Mentirei se dicessi che questa situazione non mi turba più di tanto: sono a un passo dal farmela addosso. Tuttavia, devo mostrarmi forte e risoluta, per non permettere a questi uomini di sopraffarmi grazie alle mie debolezze.
«Siamo arrivati, scendi, muoviti», mi dice uno dei due burberi.
Faccio come dice prima che possa afferrarmi per farmi uscire dall'abitacolo.
Mi ritrovo davanti a una villa sontuosa; sembra una di quelle ville che si vedono solo nei film. Ha lo stile tipico americano, con grottesche colonne poste all'entrata e uno sconfinato giardino verde. È completamente bianca, quasi come a voler simboleggiare una purezza che sicuramente non le appartiene. Sul portone è posto un enorme picchiotto a forma di leone, in ottone grezzo. Riconosco il materiale perché ne avevo uno simile a casa dei miei. Rabbrividisco. Questo posto emana negatività allo stato puro. A piccoli passi proseguo nel mio cammino verso l'ignoto, spinta di tanto in tanto da uno dei due uomini.
«Benvenuta nella tua nuova casa», sento qualcuno parlarmi dal lato.
Mi giro nella direzione della voce, immobilizzandomi una volta incontrato il suo sguardo glaciale.
«Chi sei?», mormoro, con il cuore che mi tamburella in petto come se avesse voglia di uscire fuori.
«Dipende da te. Il tuo migliore amico o il tuo peggior nemico», ribatte con ironia velata.
Lo guardo perplessa e... scioccata. Cosa diavolo significa questo? Perché continua a fissarmi come se fosse sul punto di banchettare con il mio corpo?
«Jude», continua, forse consapevole del fatto che la sua risposta non mi è bastata, «Jude White».
Spalanco gli occhi, sorpresa. Porto una mano sulla bocca e sento il freddo delle dita penetrarmi fin dentro le ossa. Uno strano formicolio anima le stesse, costringendomi a sfregarle per poter riacquistare la sensibilità.
«Sei un cugino del signor White?», chiedo, con voce udibile appena.
Scuote la testa, divertito.
«Sbagliato, sono suo fratello».
Qualcosa mi si spezza all'altezza del cuore. Non so bene cosa, ma mi sento piegata in due dal dolore. Lo guardo meglio e non ha nulla a che vedere con Jason. È magrolino, poco curato, i capelli sono folti e lunghi, il naso ha una piccola gobba che lo imbruttisce maggiormente. L'unica cosa che spicca sono i suoi occhi azzurri vetro, quasi simili al colore dell'Oceano in estate. Il suo sguardo, tuttavia, è vuoto; privo di ogni sentimento o emozione. Non riesco a scorgere in esso il fuoco che anima, al contrario, quello di Jason. Non sapevo avesse un fratello e per quanto io sia arrabbiata che lui non me ne abbia mai parlato prima, non riesco ad avercela con Jason ora. Un po' lo capisco, in fondo. Probabilmente i due neanche vanno più d'accordo.
«Perché sono qui?», chiedo con un tono da spavalda che maschera la mia paura.
«Non sei nella posizione per poter porre domande ora, comportati bene e forse te lo dirò un giorno», mi incalza con tono duro, «o forse non te lo dirò mai», continua, allungandosi nella mia direzione.
Indietreggio appena, impaurita e spaesata. Mi ritrovo in una gabbia d'oro con una persona che mi fa sussultare ogni volta che apre bocca. La paura, di solito, smuove in me una sorta di adrenalina; non riesco a provare lo stesso in questa situazione, però. E la paura altro non è che sé stessa e io mi sento come se avessi dei terribili mattoni al posto dei piedi. Indietreggio fino a sbattere con le spalle al petto di uno dei due uomini che mi hanno portata qui. Schiudo appena la bocca, respirando velocemente.
«Non puoi scappare da me, Grace. Non stancarti nel provarci, ne usciresti soltanto sconfitta».
Jude è vicino al punto tale che posso percepire il suo respiro sul mio volto. Si china appena, spostandosi al mio orecchio.
«In questo momento tu sei il mio biglietto da visita per distruggere mio fratello in mille, fottuti, pezzetti», deglutisco mentre rimango immobile, con il tipo dietro di me che tiene ferme le mie braccia, «non ti permetterò di rovinarmi la festa. Costi quel che costi», continua, leccandomi il lobo dell'orecchio adagio.
Chiudo gli occhi e prego in tutti i modi che le lacrime non decidano di scendere dalle mie palpebre proprio adesso.
Devo salvarmi. Non so come ma devo farlo.
STAI LEGGENDO
Fate or chance? #2
RomanceSi può davvero sfuggire al destino? Grace Johnson ha sognato per tutta la vita di poter lavorare per la White Enterprise. Ha studiato molto per farlo e una volta entrata nell'azienda, ha dovuto affrontare diverse difficoltà. Una su tutte: Claire St...
