JASON
Il giorno zero.
Tutti ne abbiamo uno.
È il giorno della rinascita, della ripartenza; nessuna sconfitta, solo nuove esperienze e nuovi inizi. Il mio giorno zero è questo: io, Grace, i miei genitori e pochi intimi davanti a un cumulo di terra e una bara nera. Nera come l'anima di chi risiede in essa. I ricordi di un'infanzia abbastanza felice riaffiorano per qualche secondo alla mia mente: io e Jude che pescavamo con papà, io e Jude che aiutavamo Jacqueline con le faccende di casa, io e Jude. Semplicemente. Poi... il buio. Lui e le sue dipendenze, lui e la violenza, lui e la galera. Una vita per una vita. Il tempo bastardo non ha mai perdonato le nostre "mancanze" e oggi, a distanza di troppi anni, mi ritrovo davanti a della terra fredda e a una bara altrettanto fredda. Avrei preferito di gran lunga arrivare a questo giorno con una buona dose di odio e rancore ad animarmi ma, purtroppo o per fortuna, niente di tutto ciò è accaduto. Provo solo una gran pena per quanto fatto da mio fratello in vita e, in un certo senso, percepisco uno strano senso di tranquillità. Nessun vuoto da colmare, nessun dolore da affrontare. Solo tranquillità.
Grace stringe la mia mano mentre entrambi – complici ed estranei da questo mondo – ci guardiamo per qualche secondo negli occhi. Sono qui per te, è questo quello che mi sta comunicando attraverso essi. E lo sento; lo sento che è qui per me, che è qui con me. È bello quanto assurdo che lei abbia trovato la forza necessaria per starmi vicino, oggi, dopo quanto accaduto. È una donna forte e piena di vita al punto che spesso dubito di meritarla. Sul serio. Io non credo di esserne all'altezza. E mi esplode il cuore in petto ogni volta che penso a quanto abbiamo condiviso e quanto condivideremo. La vita è stata molto generosa con me.
«Avete qualcosa da dire?», la voce ferma del prete ci fa rinsavire, costringendoci ad affrontare nuovamente la realtà.
«Ti amerò per sempre, figlio mio», mia madre è la prima a prendere la parola tra un singhiozzo e l'altro.
Si china sulle ginocchia, portandosi la testa tra le mani; mio padre di riflesso fa lo stesso, cingendole le spalle con un braccio. Il cuore mi monta in gola alla vista di questa scena; hanno davvero il coraggio di piangere fiumi di lacrime per un rapitore quasi assassino? Pensano davvero che la morte possa redimerlo?
Grace sembra aver captato il flusso negativo dei miei pensieri; credo che il respiro un po' troppo accelerato mi abbia tradito. La sua mano calda stringe forte la mia, facendo penetrare quel calore fin dentro alle mie ossa. Respiro a fondo, immagazzinando più aria possibile nei polmoni.
«Lei vuole aggiungere qualcosa?», il prete si volta nella mia direzione, osservandomi con aria incuriosita.
Tutti sanno quanto è accaduto a Grace. Tutti compreso lui. Non si è parlato di altro per mesi, nonostante io abbia provato a mantenere un certo contegno. Ma quando in ballo c'è qualcosa di molto più grande di te, è davvero difficile riuscire nell'impresa. Il prete continua a fissarmi con quegli occhi di ghiaccio che sembrano voler dire molto di più di quanto lui non stia facendo a parole. Prendo un lungo respiro e dopo aver avvicinato Grace maggiormente al mio fianco, finalmente parlo, attirando l'attenzione di tutti su di me.
«Brucia. All'. Inferno», scandisco bene ogni singola parola, mantenendo un tono calmo e piatto.
Il prete strabuzza gli occhi, Grace mi guarda scioccata e i miei genitori per poco non perdono i sensi. Mia madre alza il capo, sconfitta e amareggiata, trattenendo l'ennesimo singhiozzo che preme per uscire fuori.
«Nessuna pietà e nessun perdono per un uomo come lui», continuo, rincarando la dose. «Se voi volete piangere questa sottospecie di essere umano, fate pure. Ma non provate a trascinare in questa merda me e mia moglie», concludo, indietreggiando.
Grace schiude le labbra, richiudendole subito dopo. Ingoia un groppo immaginario; i suoi occhi lucidi saettano su di me prima, sui miei genitori dopo. Stringe maggiormente la presa, evidenziando la volontà di voler abbandonare questo posto tanto quanto me.
Il prete riprende a farneticare qualcosa e nel giro di pochi minuti, sia io che Grace, abbiamo abbandonato la cerimonia funebre. Ho fatto anche troppo per un uomo che mi ha quasi tolto tutto.
Jax e i suoi uomini accerchiano il perimetro, monitorandolo. La sensazione di avere costantemente gli occhi puntati addosso è impressa su ogni centimetro della mia cazzo di pelle. Mi guardo attorno fugacemente, coprendo Grace con il mio corpo e "scortandola" verso l'auto. Ci sediamo entrambi sui sedili posteriori e mentre attendiamo che Jax prenda il posto alla guida, la vedo rannicchiarsi al mio petto. I suoi lunghi capelli solleticano la mia mascella; la sua testa si poggia delicatamente su di me mentre il suo profumo dolce inebria le mie narici. Socchiudo gli occhi, inspirandolo a fondo.
Casa.
Bacio lentamente la sua fronte mentre le accarezzo una guancia con due dita.
«Hai fatto davvero tanto, oggi. Ti fa onore», bisbiglia, sistemandosi meglio.
Non credo che questa posizione sia realmente comoda per lei. Tuttavia, ho bisogno di sentirla su di me. Ho bisogno di percepire il suo calore direttamente nella mia anima.
«Tu», bisbiglio a mia volta, «tu hai fatto più del dovuto. Non era necessario che ti presentassi qui»
«Volevo farlo», m'interrompe, alzando la testa nella mia direzione.
I suoi occhi mi penetrano dentro, destabilizzandomi. Sento il cuore battere più velocemente, il sangue ribollire nelle vene mentre le mie mani muoiono dalla voglia di stringerla forte per non lasciarla andare più via.
Mi ha salvato.
Mi salva.
Lo fa sempre, ogni volta che io sono sul punto di cadere, lei è lì.
E la amo.
Dio quanto la amo.
«Io...»
«Non farlo, non serve», mi si avvicina maggiormente, arrivando a sfiorare il suo naso con il mio. «Non c'è bisogno che tu lo dica a parole. Lo sento e lo vedo», conclude, sorridendomi.
Sorrido allo stesso modo, baciandola delicatamente.
Per una vita che cessa d'esistere, ce n'è un'altra pronta a esplodere.
Non sarei l'uomo che sono se io non avessi vissuto a modo mio. Non sarei l'uomo che sono senza le mie esperienze, le mie sconfitte e le mie vittorie. Per ogni giorno zero della mia vita, c'è sempre stato un giorno uno che mi ha insegnato molto più di quanto avessi imparato in passato. E alla fine ciò che conta è proprio questo, no? Vivere e morire ogni giorno per poi ricominciare. Vivere in modo diverso; migliorandosi, scoprendosi, amandosi. Vivere. E non sopravvivere. Per quanti anni sopravviviamo prima di imparare a farlo? Quanti sono così coraggiosi da buttarsi a capofitto nella vita sin da subito? Senza il bisogno di tenere premuto il tasto per il paracadute? Sono in pochi, ve lo assicuro. E dovremmo forse farcene una colpa? Certo che no. Meritiamo tutti una seconda, una terza, una quarta possibilità. Meritiamo tutti una vita da vivere. E la mia l'ho trovata in due occhi color nocciola, lunghi capelli profumati e un sorriso da capogiro.
«Jason?»
«Sì?»
«Ti amo», strofina il suo naso sulla mia mascella, «ti amo così tanto da non poterlo quantificare».
Ed eccolo di nuovo lì, sul punto di morire, sul punto di precipitare in fondo all'oceano. Il mio cuore non è mai stato così a rischio come in quest'ultimo periodo.
«Anche io, piccola mia. Ti amo tanto anche io».
Bacio i suoi capelli, prendendomi qualche secondo in più per annusarli e godermi il suo profumo. Fresco, pulito, casa. Ancora una volta... casa.
«Signore, non vorrei interrompervi ma abbiamo un problema», Jax si volta nella mia direzione con un'espressione indecifrabile in volto.
«Che succede?»
«Forse abbiamo scoperto l'identità dell'uomo misterioso»
La sua voce non è per niente rassicurante.
Cosa diavolo sta succedendo?
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Fate or chance? #2
RomanceSi può davvero sfuggire al destino? Grace Johnson ha sognato per tutta la vita di poter lavorare per la White Enterprise. Ha studiato molto per farlo e una volta entrata nell'azienda, ha dovuto affrontare diverse difficoltà. Una su tutte: Claire St...
