Capitolo 33

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Continuo a camminare sotto il cielo scuro. Nonostante la tempesta sia passata, l'aria è fresca, quasi fredda a contatto con la pelle nuda delle gambe. Mi stringo le braccia al petto, cercando di farmi scudo con i capelli, ma é piuttosto inutile. Il vento soffia forte.

Sono quasi arrivata alla collinetta dove si erge la casa dei nonni. Sono sicura che non sia troppo tardi, ma il buio fa sembrare tutto più sinistro e affilato. Soltanto i fiori di ibisco donano un puntino di colore allo sfondo.

Istintivamente, il mio sguardo vola alla casa accanto, il giardinetto curato e lo steccato bianco. La casa di Noah. Sono quasi tentata di andare da lui, giusto per sapere se sta bene e mettere finalmente a tacere tutti i pensieri più brutti.

Le luci sono tutte spente, ma mi faccio coraggio e mi dirigo verso la porta.

«Stai cercando di rubare in casa mia?» una voce calda e profonda mi sorprende alle spalle, facendomi uscire un gridolino di spavento.

Ma non ho nulla di cui avere paura. Riconoscerei ovunque la voce di Noah. Il modo in cui mi accarezza la pelle e mi riempie i pensieri, attirandomi sempre più vicina.

Mi volto, con l'intenzione di lanciargli un'occhiataccia per avermi fatta spaventare, ma quando me lo ritrovo davanti a solo un respiro da me non ne ho la forza.

I suoi occhi brillano con intensità, come se le nubi si fossero diramate anche dentro di lui, esattamente come é successo con l'oceano. Mi viene soltanto una gran voglia di gettarmi tra le sue braccia, assaporare il profumo della sua pelle.

«Possiamo parlare?» chiedo invece, reprimendo ogni impulso. Voglio essere diplomatica, spiegargli come le cose stanno davvero. Senza filtri o maschere.

Noah non mi risponde, almeno non con le parole. Mi sembra che i suoi occhi luccichino per un momento, che la linea dura delle sue labbra si alzi in un sorriso impercettibile. Poi si volta e inizia a scendere lungo la collina, finché il profumo dell'oceano si fa sempre più intenso e inebriante.

Senza la tempesta ad oscurarle, le stelle risplendono come forti fiammelle. Credo che rimarrò sempre incantata dal modo in cui si riflettono sulla superficie dell'oceano, illuminandolo di miliardi di brillantini.

«Stella...» Noah si volta verso di me. La sua voce è misurata, il suo corpo in attesa e pronto a scattare. Il modo in cui mi chiama, usando il mio nome e non quel soprannome che per mesi ho finto di odiare, mi fa sussultare.

«No, fammi cominciare» dico con un soffio. Voglio conoscere i suoi pensieri e sono felice che sia disposto a parlarmene, ma questa volta ho bisogno di iniziare. Ho bisogno di liberare i miei pensieri prima di rimangiarmeli per la paura.

Noah fa un passo indietro, ma mi riempie comunque la visuale. I ricci bagnati dalla luce argentea, la linea arcuata delle sopracciglia, le ciglia lunghe e folte che gli adombrano lo sguardo.

«Mi dispiace» so che è un modo banale per iniziare, ma non avrei potuto usare parole diverse. «Anche se ero arrabbiata, non volevo dire quello che ho detto».

Le labbra di Noah si alzano in un movimento impercettibile, talmente sottile che temo di averlo immaginato.

«La verità è che non so bene come comportarmi in queste situazioni» mantenere la calma adesso mi riesce difficile, incurvo le spalle come per proteggermi. «Perché tu sei il primo».

«Il tuo primo ragazzo australiano?» Noah mi guarda sarcastico, le labbra incurvate — adesso — in un vero sorriso.

«Il mio primo ragazzo».

La verità viene fuori, trascinata alla luce come un vecchio tesoro sepolto in fondo all'oceano. E se Noah se ne andasse? E se mi credesse soltanto una ragazzina, una bambina che gioca con qualcosa più grande di lei? Se capisse che non sono abbastanza per lui?

«Mi dispiace» sospiro, in parte pentendomi delle mie parole. «Quello che ho detto... non sei un effetto collaterale, non lo sei mai stato».

«Smettila di chiedere scusa» la voce di Noah é come una lingua calda, vellutata.

Si avvicina di qualche passo, le sue dita mi sfiorano le guance. É una carezza appena percettibile, ma sufficiente a lanciarmi una scarica di scintille lungo tutto il corpo. «Quello che ho detto è sbagliato, lontano dalla verità».

«Ma io ti ho fatto credere che fosse così, perché non avevo gli strumenti per difendermi».

Noah fa un sospiro. «Ci siamo feriti a vicenda perché non avevamo gli strumenti per difendere i nostri cuori».

La sua vicinanza mi riaccende, come se funzionassi bene soltanto così, con lui accanto. «Sono confusa» trovo il coraggio di dire: aprirmi con le persone non è il mio forte, ma con lui sento che é un po' più facile. «I miei genitori, l'università, i nonni, Maila e Stormie... non voglio deludere nessuno».

«Pensa solo a cosa fare per non deludere te stessa» dice Noah. Le sue mani mi prendono il viso, obbligandomi a guardarlo.

Chiudo le palpebre, lascio che la mente vaghi lontano e dia forma alla sua richiesta. Non ho mai pensato troppo a me stessa, ma so che Noah ha ragione.

Quando riapro gli occhi, la verità mi appare più chiara che mai. E non devo fare altro che andare a prendermela. «Voglio te. E l'oceano».

Noah sorride, come se avesse già visto la mia risposta.

«L'oceano è casa. Rory me lo ripeteva sempre» all'inizio credevo che mia sorella si riferisse all'enorme distesa d'acqua, perché non c'era posto in cui si sentisse più al sicuro, più se stessa, più felice. Come se ogni ferita potesse magicamente guarire.

Credevo che fosse una frase semplice, un mantra da ripetersi per far in modo che non le sfuggisse il controllo. Ma credo di aver capito adesso.

Credo di aver capito dove trovare il mio porto sicuro, dove poter essere me stessa e, finalmente, felice. «Da quando ti ho incontrato, Noah, ho sempre visto l'oceano riflesso nei tuoi occhi».

Questa rivelazione dovrebbe sconvolgermi, ma sembra soltanto la risposta che cercavo da tempo. In fondo, l'ho sempre saputo. Ho solo avuto paura di ammetterlo a me stessa, pensavo di fare un torto a mia sorella, ma adesso so che non è più così.

«Adesso tocca a te» sussurro con un sorriso. «Dimmi quello che volevi dire».

Noah si fa più vicino, la sua risata che risuona anche nella mia mente. «Penso che difficilmente potrei fare meglio di te, America».

Rido anch'io, finalmente libera da questo peso. Rido per il soprannome e per il fatto che mi é mancato sentirmi chiamare così.

Noah mi scosta i capelli dal viso, attorcigliandone le punte tra le dita. Negli ultimi mesi sono cresciuti parecchio, per cui le mani di Noah trovano facilmente la mia vita, attirandomi ancora di più verso di lui.

Il suo petto si alza e si abbassa con una calma che riesce a placare persino il battito del mio cuore. Cerco i suoi occhi, per poi tuffarmi sulle sue labbra.

Restiamo così a lungo, l'uno nell'altra e con il solo rumore delle onde a tenerci ancorati a questo mondo.

Per una frazione di secondo, penso all'oceano. Ha visto così tante sfaccettature di me. La ragazza spaventata e in lutto che é arrivata a Conny Bay. La ragazza determinata a gareggiare in uno sport mai fatto prima. La ragazza triste e arrabbiata di stamattina. E la ragazza che sono adesso.

Completamente innamorata.

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