Capitolo 49

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Il mattino dopo, mi sembra di essere un'altra persona. Mi alzo prima dell'alba, con gli occhi gonfi e il cuore che non sa ancora se battere o implodere.

C'è silenzio in casa. Uno di quei silenzi densi, dove ogni cosa sembra rallentare. Lo sento nelle pareti, nel pavimento che scricchiola piano, nei respiri sommessi del mondo addormentato. Persino il vento fuori sembra trattenere il fiato.

Fisso la valigia ancora vuota in un angolo, la pila traballante di libri che dovrei metterci dentro. Potrei riempirla in dieci minuti, potrei andarmene e non guardarmi mai più indietro.

Ma non lo faccio. Perché qualcosa dentro di me mi dice che commetterei un grande errore, perché scappare non è la soluzione. Perché c'è qualcosa in me che urla più forte della paura.

Noah ti ama e tu lo sai. Perché lo ami anche tu.

Le parole di Rory si ripetono nella mia testa come una canzone rotta, ancora e ancora fino a sopprimere ogni dubbio. Perché, in fondo, é la verità. Fa male, ma è anche la cura.

E io lo so, lo so già da tempo anche se ho fatto finta di essere cieca. Ho fatto finta di credere che scappare sarebbe stato meno doloroso.

Esco di casa senza pensare, senza neanche assicurarmi di aver preso una felpa per combattere il freddo pungente che arriva dal mare a quest'ora del mattino. Semplicemente, lascio che il cuore prenda possesso del mio corpo.

Trovo Noah sulla spiaggia. Dove tutto è cominciato. Dove tutto è finito. Dove, forse, qualcosa può ancora ricominciare.

In fondo, lui non avrebbe potuto essere altrove. È solo, con i piedi immersi nella sabbia umida, i capelli disordinati mossi dal vento, le spalle curve come se stesse reggendo il peso del mondo. Il mare davanti a lui è grigio, arrabbiato.

Mi fermo a pochi metri da lui. Non parla e nemmeno si gira. Ma so che mi ha sentita, il suo corpo si irrigidisce appena.

«Ciao» mormoro. La voce è ancora roca, spezzata da tutte le lacrime versate e da quelle trattenute.

Quando, finalmente, Noah si volta i suoi occhi mi fanno vacillare e si inchiodano dentro di me. Sono troppo azzurri, troppo profondi. Come se fossero due ferite aperte.

«Ciao» dice. É sempre lui, ma al tempo stesso c'è qualcosa di diverso. Mi guarda a fondo. «Non odiarmi» continua, quasi con un sussurro. «Non posso sopportarlo»

Mi stringo le braccia intorno al corpo, anche se il freddo che provo non ha nulla a che vedere con il vento. Il gelo è tutto dentro di me. «Non ti odio, Noah» dico.

Le sue spalle tremano. I suoi occhi si fissano su di me, ardenti come fuoco.

«Ti ho odiato per un po'. O, almeno, mi sono convinta di pensare che fosse così. Per quello che non mi hai detto, per avermi lasciata affogare nei dubbi, per avermi fatto sentire piccola, esclusa e lontana».

Faccio una pausa. La voce mi trema mentre cerco di far ordine nella testa e trovare le parole giuste. «Ma poi ho capito che l'unico modo in cui riuscivo a sopravvivere... era amarti comunque»

Le mie paure urlano di scappare via e che, a furia di rincorre questa cosa tra me e Noah, mi brucerò ancora una volta. Ma non ci riesco, perché sono stanca di scappare quando le cose diventano difficili. Quando ci sono di mezzo i miei sentimenti.

Perché questa cosa... non è altro che amore. Non può essere nient'altro.

Noah si avvicina. Un passo, poi un altro. Si ferma a un soffio da me. Improvvisamente sento tutto il calore che emana il suo corpo, lo avverto attraverso il tessuto della sua felpa. E, per un momento, mi gira la testa. Perché vorrei che si avvicinasse di più, vorrei soltanto che mi stringesse tra le braccia per poter dimenticare tutto.

«L'ho fatto solo per proteggerti» dice. «Anche se l'ho fatto nel modo sbagliato. Ho creduto che tenerti lontana da tutta quella merda fosse amore. Ma forse era solo paura. E sono stato uno stronzo a pensare di sapere cosa fosse meglio per te» il suo sguardo è basso, come se non avesse più il diritto di guardarmi.

Si ferma per un momento e inspira. Poi sputa fuori la parte più difficile.

«Ero lì con Rory» continua, la voce che gli si spezza in gola. «E l'ho vista andarsene senza poter far nulla per fermarla. Non ci sono riuscito e mi sono sentito malissimo. Volevo solo proteggerti da quel dolore».

Lo capisco, lo capisco davvero. Perché al suo posto avrei fatto la stessa scelta. Perché al suo posto avrei deciso di portare quel peso da sola per non doverlo condividere con la persona che amo. Non è stato egoismo... solo amore.

«Lo so» la voce mi esce con un sussurro, ma siamo talmente vicini che mi sembra di parlargli dritto nel cuore. «Ti amo. Credo di averlo saputo fin dal primo momento».

Noah si avvicina ancora, le sue labbra che sfiorano le mie, le sue mani che trovano il loro posto contro la mia pelle. I suoi occhi che ricompongono il mio cuore pezzo dopo pezzo.

Sembra che passi un'eternità prima che lui prema il mio corpo contro il suo, le nostre labbra che finalmente si toccano. Il suo respiro si intreccia al mio e sento il suo cuore battere come se stesse cercando di parlarmi, di dirmi che é sempre stato mio.

È un bacio lento, quasi timido all'inizio, come se stessimo imparando di nuovo a toccarci, a fidarci. Ma poi cambia. Diventa disperato, vivo, reale, un groviglio di lingue e brividi.

Le sue mani mi tengono il viso, come se avesse paura che potessi svanire e le mie dita si aggrappano alla sua felpa, stringono forte, perché non ho intenzione di andare da nessuna parte. Non ora, non più.

«Ti amo, America» la voce di Noah è roca, increspata dall'emozione tanto da ricordarmi la superficie dell'oceano.

In questo momento, proprio come se aprissi gli occhi per la prima volta, mi rendo conto di quanto lui significhi per me.

L'oceano è casa.
E Noah è tutto. Il mio oceano e la mia casa.
Tutto il mio cuore.

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