Capitolo 43

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Noah's pov

Il suo sguardo mi devasta. Ma è vederla andare via a metà delle gare a farmi crollare. E non ho il coraggio di rincorrerla perché ogni parte di me é un campo minato e non voglio che lei ci cammini sopra.

'E com'è allora?'. Quelle tre parole continuano a vibrare dentro di me, come un'eco che non smette di battere sulle pareti del mio cuore.

Ha la voce delusa e spezzata, come se stesse cercando di togliermi via la maschera a forza.

Vorrei dare la colpa di tutto a Jessie perché, in qualche modo, é sempre colpa sua. Ma non sarei sincero con lei e non lo sarei nemmeno con me stesso.

Perché é solo colpa mia, perché sto nascondendo qualcosa che non dovrei nascondere. Non a lei. Perché ogni volta che mi guarda e mi chiede di fidarmi, io stringo i pugni dietro la schiena, resto zitto e butto giù il groppo di repulsione che provo per me stesso.

Chiudo gli occhi un momento: ho bisogno di lasciarmi alle spalle tutto. L'oceano, la gara, la competizione. E, soprattutto, ho bisogno di silenzio, ma sento soltanto il battito del mio cuore che continua a invocare il suo nome. La mia stella.

Rivedo la sua risata, il suo sguardo caldo bruciarmi la pelle, il modo in cui mi fa sentire solo starle vicino e avere il suo respiro accanto al mio.

La rivedo quella notte, bagnata dalla luce delle stelle. Bellissima e innocente, fragile e fiera, il corpo tremante e il desiderio di scoprirsi. Che mi concede il suo cuore.

Ci ho provato a non toccarla, a non prendermi ciò che mi offriva, ma resisterle era impossibile. Le mie dita attraversavano ogni centimetro della sua pelle e, ad ogni secondo, sentivo un fuoco crescere dentro e diventare sempre più alto. Fino a consumarmi del tutto, di voglia, di desiderio.

Non ho saputo fermarmi, non quando il suo sguardo mi incitava ad andare avanti, non quando le sue mani tremavano contro il mio petto, non quando la sua voce ha sussurrato che stava bene.

La volevo. E la voglio ancora, forse pure più di prima. Quella notte é stata giusta, eppure incredibilmente sbagliata.

Perché ho promesso a me stesso di non ferirla e dirle sempre la verità e, paradossalmente, questo è l'unico modo che ho per farle del male.

E non è soltanto la paura di perderla, ma la certezza che potrei farlo, che basterà soltanto pronunciare il nome di sua sorella, dirle quello che é accaduto... e lei se ne andrà.

«Ehi, fratello» la voce arriva piano, come un sasso che rotola giù da una collina. Non serve alzare lo sguardo per sapere che è Buck. Cammina rumorosamente come pensa, sempre un po' troppo diretto.

Lo sento fermarsi accanto a me. Non dice niente per un momento, e gliene sono grato. Mi resta accanto e basta, scrutando l'oceano davanti a noi.

«Sai che hai ancora una semifinale da vincere, vero?» chiede, come se stessimo parlando del tempo. Poi, più serio, come se la sua fosse una certezza: «E una finale. Con quel figlio di puttana di Jessie, ne sono certo».

Non ho tenuto d'occhio i tabelloni, ma non mi sorprende sapere che in cima alla classifica ci siamo noi. Io e Jessie. Sempre in guerra, per tutto.

Non rispondo. Stringo solo le mani tra i capelli ancora umidi, le dita affondate fin quasi a farmi male.

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