Capitolo 44

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Ho provato a tenermi in disparte, ma non ho trovato il coraggio di andarmene. La mente mi ordinava di correre via, ma il cuore non ha voluto saperne di lasciare la spiaggia. Non quando lui sta per giocarsi la finale, quando ha lavorato così tanto per essere qui.

Perché, nonostante tutto, non sono capace a stare lontana da Noah. Neanche ora che dovrei, neanche ora che fa male, che il respiro mi si ferma in gola come se potesse lacerarmi i polmoni.

La nonna ha visto il mio viso stravolto dal dolore, ma nemmeno lei si è mossa per venirmi incontro. E gliene sono grata, perché non voglio infettare nessun altro con il mio cuore lacerato.

Ho cercato di tenere duro, ma non appena mi sono allontanata e i giudici hanno fischiato l'inizio della finale, sono crollata.

Le ginocchia strette al petto e copiose lacrime a rigarmi il viso, le mani tremanti che non trovano il loro posto, come se avessero dimenticato come stare ferme.

E poi l'urlo della folla radunata sulla spiaggia arriva come un'onda indomita. Mi travolge del tutto, stridendo con la devastazione che mi brucia dentro. Sento urlare il nome di Noah e, anche se provo a resistere, nemmeno io sono immune al suo effetto.

Alzo la testa, sapendo già dove trovarlo. Lo vedo in piedi sulla tavola, che prende un'onda con una fluidità quasi innaturale, che non si sforza nemmeno di essere il migliore. Perché lo é, almeno dentro l'oceano, dove parlano la stessa lingua, dove l'acqua gli scorre nelle vene.

É nel suo elemento, in quel suo mondo che mi ha fatto conoscere e che io ho imparato ad amare con tutta me stessa, solo per poi cacciarmi via.

Anche da lontano, riesco a scorgere i muscoli tesi e la concentrazione, i suoi occhi che pensano già alla mossa successiva: guarda la spiaggia, come se stesse cercando qualcosa... come se stesse cercando qualcuno.

Ma ho il cuore troppo a pezzi per andargli incontro, la gola chiusa per dirgli che é il migliore. Ma che mi ha anche ferita.

Il tempo scade, la gara finisce. Guardo Noah uscire dall'acqua, la tavola sotto al braccio e il respiro corto e so che ha dato tutto se stesso per questa ultima competizione. E non posso fare a meno di chiedermi se ha dato tutto se stesso anche con me.

Poi un giudice si alza, pronto ad annunciare il vincitore.
Noah. Ha vinto.

Buck e le ragazze lo riempiono subito di gioia e abbracci, ma lui resta impassibile. Lo sgorgo da lontano, richiamando tutto il mio autocontrollo per non precipitarmi tra le sue braccia e seppellire il mio cuore distrutto nel profumo della sua pelle.

Noah non sorride, almeno non davvero. Continua a guardare la spiaggia. Cerca me, come se la vittoria non significasse nulla per lui.

E adesso vorrei avere davvero la forza di andare via, perché la realtà mi cade addosso, come un getto d'acqua gelata.

Non riesco ad odiarlo, non posso perché il mio cuore si rifiuta di battere senza di lui.

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«Stella» una voce mi chiama. So che dovrei conoscerla, che dovrei fidarmi di lei, ma non riesco a muovere nessun muscolo. L'ombra di un corpo snello mi copre appena, una ciocca di capelli biondi mi solletica la pelle.

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