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Silicon Bay ha vinto la gara a squadre, com'era prevedibile. Il mio errore — la mia sconsideratezza — ci é costato tutto, ma nessuno dei miei amici si è lamentato.
Nessuno me lo ha rinfacciato, nessuno mi ha puntato il dito contro.
Non che abbia dato loro il tempo di farlo: mi sono allontanata senza farlo davvero. Ero lì, ancora in piedi sulla spiaggia, ma tutto il resto — il sole, le risate, le voci — si è spento.
Il mondo si è rimpicciolito fino a diventare una bolla ovattata, piena solo del mio respiro e del sapore del rimpianto.
Poi la sua voce, un sussurro che mi fa quasi trasalire, una parola che ormai dentro di me suona come casa. Perché lo é, in tutto e per tutto.
«America...»
Mi giro di scatto, con gli occhi sgranati, lucidi, e i battiti accelerati.
Noah mi guarda in attesa, con i capelli bagnati, le labbra socchiuse e gli occhi disperati. C'è ancora la preoccupazione dipinta sul suo viso, ma so che non è per la gara o per quello che è successo poco fa in acqua.
Quindi, é arrivato il momento.
Credo che il mio cuore provi un'infinità di emozioni diverse: é finalmente pronto a scoprire la verità celata dietro quello sguardo che sa di oceano, ma ha anche paura. Una paura tremenda di morire.
Ho paura che la verità possa disintegrarmi totalmente. Per quanto l'abbia aspettata, bramata, desiderata, adesso ho il terrore che possa darmi un motivo vero per allontanare Noah.
E, nonostante tutto, io non voglio che se ne vada.
Mi sento sul bordo di un precipizio, le gambe già tremano, ma è troppo tardi per tornare indietro.
«Vieni con me» dice soltanto. E io lo seguo, perché non posso non farlo.
Camminiamo fino al lato più silenzioso della spiaggia, lontano da tutto, dove il mare è più calmo e la sabbia sembra ancora intatta, come se nessuno sia mai passato di qui.
È il posto perfetto per rompere qualcosa che non si potrà più aggiustare, penso.
Noah si ferma e fa un respiro profondo. Poi si volta e mi guarda come se fosse sul punto di distruggersi davanti ai miei occhi.
«Quella notte...» comincia, senza tergiversare oltre.
E bastano solo queste due parole a stringermi la gola, annidare una corda intorno al mio cuore. Le ginocchia mi tremano, le mani diventano ghiaccio. Sento le ginocchia cedere, come se il mio corpo sapesse già quello che la mia mente si rifiuta di accettare.
«La notte in cui tua sorella è caduta dalla scogliera... io c'ero».
Il mondo si spezza, lentamente e tragicamente.
Un crepitio sordo mi attraversa la pelle. Di tutti i segreti che poteva nascondere, questo... questo non potevo neanche immaginarlo.
Chissà perché, pensavo che sapere che lui e Rory sono stati insieme una volta sarebbe stata la rivelazione più dolorosa. Ma questo...
Noah continua, come se ogni sillaba gli costasse un pezzo d'anima. «Non doveva essere lì, era venuta per me».
Non riesco a respirare, qualcosa blocca l'aria vietandole di entrare nei polmoni.
«Ci eravamo appena lasciati ed io ero arrabbiato con lei, mi sentivo ferito e solo ed ero arrabbiato. Ero ubriaco quando Jessie mi ha sfidato a fare qualche tuffo dalla scogliera e, come un'idiota, ho accettato. Per orgoglio, per stupidità, non lo so. Volevo solo sentire qualcosa» fa una pausa.
Si piega in avanti, le mani sui fianchi, come se gli mancasse l'aria e il peso di quel ricordo lo schiacciasse ancora. Poi si raddrizza, gli occhi lucidi e gonfi, l'azzurro molto più scuro e tetro.
Ti prego, fa' che non sia vero.
«Mi ha fermato in tempo e poi... Rory ha preso il mio posto» deglutisce, le labbra che gli tremano. «Si è buttata al mio posto».
Un singhiozzo mi sale in gola, ma lo ricaccio giù. Perché devo sentire, devo sentire tutto quanto anche se minaccia di distruggermi.
«Ho provato a raggiungerla. Le ho gridato di venire via, ma lei non mi ha ascoltato. Quando sono arrivato a un passo da lei, ha fatto un passo indietro» Noah si passa una mano tra i capelli, mentre gli occhi si riempiono di lacrime.
«Non ho fatto in tempo. Ho allungato la mano, ma... non sono riuscito a prenderla. L'ho vista cadere, Stella. L'ho vista cadere e non ho potuto fare niente».
Le sue parole sono aghi che si infilano sotto pelle. E mi lacerano, brutalmente. Noah fa un passo avanti e, di riflesso, ne faccio uno indietro. Indietro.
Mi guarda come se stesse per crollare, gli occhi sfiniti dal dolore almeno quanto lo sono i miei. Mi guarda come se io fossi l'ultima cosa che tiene in piedi il suo mondo quando lui ha appena distrutto il mio.
«Non è mai stata colpa tua e avrei voluto urlartelo ogni volta che ti veniva in mente e ti autodistruggevi per questo. Ma non mai ho avuto il coraggio di liberarti da quel peso. Perché ero terrorizzato all'idea di perderti. Perché il pensiero che tu mi odiassi... che mi vedessi come quello che non ha salvato tua sorella... mi avrebbe ucciso».
Respiro piano.
Respira.
Respira.
Respira.
Mi sembra di trovarmi di nuovo sott'acqua, travolta da un getto potentissimo che mi tira sempre più giù.
E non riesco a respirare.
Non riesco a pensare lucidamente.
Non riesco a trovare un modo per tornare in superficie.
Un dolore sordo mi riempie il petto, ma non è rabbia. È una tristezza così profonda che mi sembra di affogare.
«Hai vissuto con questo dentro per tutto questo tempo...» la voce mi esce spezzata, come se ogni parola mi tagliasse la lingua. Non so nemmeno come faccio a stare ancora in piedi.
Noah scuote la testa, disperato. «Non é colpa tua» ripete con le lacrime agli occhi.
Le sue mani si avvicinano, cercano un contatto con le mie, ma io mi scosto. Le sue mani, che prima mi hanno salvata. É strano, per molto tempo le sue mani sono state l'unica cosa a tenermi ancorata e farmi sentire al sicuro, ma adesso sento che sarebbero le uniche a farmi crollare.
«Non lo è mai stata. Lei ti voleva bene, ti amava. Tu eri la sua luce, l'altra metà della sua anima, Stella. E lo sei anche per me».
Le lacrime scivolano sulle sue guance. E stavolta, non trattengo le mie neanche io quando mi cadono sul viso e poi sul collo. Lo guardo, e vedo il ragazzo che ha visto morire una persona e ha scelto di portarne il peso da solo.
Vedo il dolore.
Vedo l'amore.
E vedo la verità.
Ma vedo anche il mio dolore, il mio amore che stride con ogni cosa e la mia verità, che ancora non sono in grado di comprendere.
Mi avvicino, piano. Noah mi guarda con occhi feriti. Non si muove, non osa nemmeno respirare.
Mi alzo in punta di piedi, appoggio la fronte sulla sua e chiudo gli occhi.
«Non ce la faccio. É troppo per me. Troppo» vorrei essere più forte, ma non saprei nemmeno dove trovare il coraggio. Vorrei essere forte, lo vorrei davvero, ma non so nemmeno come fare per ricucire i pezzi del mio cuore.
Lui annuisce, le mani che gli tremano. Non prova a convincermi o a trattenermi, non dice niente. Resta così, in silenzio, con le sue mani tremanti e il cuore in frantumi.
Proprio come il mio.
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Catch the wave
Romantiek«Cos'è questa storia delle lezioni di surf, America? Vuoi passare del tempo con me?» Dopo l'improvvisa morte della sorella, Stella Mason ha smarrito la sua luce. Ha completato il primo anno all'università di Boston, ma andare avanti le sembra insos...
