Capitolo 47

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Corro via, senza guardarmi indietro, senza sapere dove vado basta che sia lontano. Il rumore dei miei passi squarcia la sabbia e apre una ferita dentro di me che lascia entrare ogni cosa.

La verità.
La notte in cui Rory è morta.
Mia sorella.

Rivedo il suo sorriso, i capelli rossi incorniciati dalla luce del sole, gli occhi sempre sorridenti. Le lentiggini che si ostinava a coprire con il correttore, il timbro dolce della sua voce quando mi ripeteva 'l'oceano é casa'.

Rivedo il riflesso della sua collana e, istintivamente, tocco la mia. Mi sembra che il ciondolo stia vibrando, ma forse è solo il mio cuore che chiede un attimo di riposo. Non so quanto ancora resisterà.

Mi guardo intorno. La spiaggia è deserta, sento in lontananza la musica della festa organizzata dopo la fine delle regionali, ma in questo limbo di terra sono da sola.

Mi tremano ancora le mani e ho la gola che brucia. La testa che pulsa così forte che ho paura possa esplodere da un momento all'altro. Mi butto sulla sabbia morbida: vorrei urlare il mio dolore all'oceano, ma invece resto immobile, senza voce, preda di un'emozione che non so neanche nominare.

Perché cosa si fa quando tutto quello in cui credevi viene strappato via? Cosa si fa quando scopri che l'unica persona che ti faceva sentire al sicuro è la stessa che ti ha tolto l'unico pezzo di famiglia che avevi?

Credevo che la morte di Rory fosse l'evento più doloroso della mia vita. Ma questo... è come riviverlo ancora una volta moltiplicandolo per centomila.

Mi porto le mani al viso, sono calde e umide, piene di lacrime che non ho sentito nemmeno scendere.

Un mare di perché mi attraversa la mente.

Ma, soprattutto, perché Noah non mi ha seguito?

Ed è questa la cosa più straziante, che mi ama abbastanza da fare la cosa giusta. Almeno, credo. Vorrei che fosse qui e al tempo stesso vorrei non vederlo più. E non so a quale parte di me dare ascolto.

Poi, sento dei passi alle mie spalle e penso che, forse, Noah non mi ha davvero lasciata andare. Alzo la testa, non mi asciugo nemmeno le lacrime, perché so che non avrebbe alcun senso.

Ma non è Noah.

«Stella...» la voce di Jessie é bassa, calma, come se fosse preoccupato. Come se non fosse parte di tutto questo. «Posso sedermi?»

Vorrei urlargli di andare via, che é l'ultima persona che speravo di vedere e, sicuramente, l'ultima che voglio avere accanto adesso.

Ma lui non si aspetta veramente una mia risposta, si siede e basta. E il calore che emana la sua pelle, l'odore familiare di qualcosa che sa di selvaggio e pericoloso, la sua presenza così sicura di sé... tutto grida conforto. E, in questo momento, ne ho davvero bisogno.

«Te l'ha detto, eh?» mormora, i suoi occhi che mi scavano dentro con l'intensità di cui solo lui è capace.

Resto in silenzio, con gli occhi gonfi e il viso tirato dalla stanchezza e dalle lacrime.

Jessie allunga una mano per asciugarle e il contatto con la sua pelle mi fa sussultare.

«Avresti dovuto saperlo da tempo. Avrei voluto farlo io stesso» continua.

Mi irrigidisco, lo guardo meglio. Non c'è dolore o senso di colpa nei suoi occhi, non sembra distrutto, non sembra nemmeno scosso. Nemmeno un po'.

Vorrei affrontarlo, dirgli che è anche colpa sua. Però le mie labbra non pronunciano queste parole. «E perché non me l'hai detto?» sospiro invece.

Jessie inclina appena il capo, come se stesse scegliendo le parole con cura. Come se volesse darmi una risposta che possa sembrare giusta.

«Perché non sarebbe cambiato nulla, non avresti smesso di guardarlo come lo guardavi» fa una pausa. «E io... non sono mai riuscito a far sì che tu guardassi me allo stesso modo, perché mi avresti dato tutta la colpa».

Le sue parole mi si insinuano sotto pelle. Per un secondo, mi sembrano quasi dolci, poi sento il veleno, nascosto appena sotto la superficie.

«Quindi non ti é mai importato nulla che non fosse di te stesso?» dico, ormai più stanca che arrabbiata. «Non hai mai pensato, almeno per un momento, che avresti potuto aiutarmi? Vuoi soltanto colpire Noah?» mi blocco subito, perché pronunciare il suo nome mi apre una voragine nel petto.

Jessie si volta verso di me, le dita che tamburellano lentamente sulla sabbia, le labbra che si curvano in un sorriso appena accennato. «Forse. Ma questo non cambia quello che provo».

Distolgo lo sguardo e lo punto verso l'oceano che si infrange su scogli bassi, il vento che gli vortica intorno. E si muove indifferente, come se niente fosse successo.

«Tu non vuoi me, Jessie. Vuoi soltanto vincere» non so nemmeno perché sto sostenendo questa conversazione. Forse perché é la distrazione di cui avevo bisogno, per non dover affrontare tutto il resto.

Per un momento, Jessie resta in silenzio, il colore dei suoi occhi sembra farsi più scuro e mi ricorda quello di una foresta. Poi, il suo sorriso si spezza. «Forse non sai quanto le due cose si somiglino».

Mi alzo lentamente, con il cuore in frantumi ma la schiena dritta, le lacrime che continuano a cadere, silenziose.

Jessie si alza con me, come se stesse per dire qualcosa. Solleva il braccio, come se avesse intenzione di asciugarmi il viso ancora una volta, ma il conforto che speravo di trovare in lui è sparito, era solo un'illusione e io scuoto la testa. «Vai via, Jessie. Per favore».

Per un momento, penso che non si muoverà di un singolo passo, che resterà immobile con gli occhi verdi puntati su di me, a farmi dubitare e a vedermi perdere un altro pezzo di me stessa.

Poi, vedo qualcosa cambiare nel suo sguardo. Per un attimo, Jessie appare vulnerabile e smette di combattere, rimane senza parole. É come se la maschera gli fosse scivolata via. E solo per quell'attimo mi sembra di avere di fronte una persona completamente diversa, più vera.

«Mi dispiace, Stella» dice, e sembra sincero.

E poi se ne va, lasciandomi da sola.
A chiedermi come ha fatto l'amore a farmi così tanto male.

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