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Non sono riuscita a chiudere occhio questa notte. Mi sono girata e rigirata nel letto cercando la parte più fresca del cuscino, sperando che mi aiutasse a calmare i pensieri e fare ordine nella mia testa.
Ma il risultato dei miei tentativi è stato soltanto una notte insonne, passata a fissare il soffitto con un forte senso di angoscia a schiacciarmi il petto.
Perché non posso avere sia il surf sia la mia vecchia vita? Perché non posso conciliare le due cose come faceva Rory?
La sveglia suona puntuale alle sette. Non so ancora cosa voglio fare della mia vita, ma so che il discorso di ieri sera dei miei genitori mi ha lasciato un vuoto dentro. Come se tutto l'entusiasmo di stare a Conny Bay e fare surf insieme ai miei amici fosse volato via. Come se un'onda violenta lo avesse trascinato in fondo all'oceano.
Quasi meccanicamente, prendo il telefono e scrivo un messaggio a Noah. Non so ancora decidere quale debba essere il mio futuro, ma so che voglio dirgli la verità, sempre. Anche quando potrebbe essere difficile da accettare.
'Possiamo vederci prima degli allenamenti?'
Mi tremano le mani e il cuore mi batte come un tamburo, ma dentro di me so che parlarne con lui è la cosa giusta. Se queste fossero altre circostanze, se la mia fosse un'altra vita e lui un'altra persona, avrei chiesto consiglio a mia sorella.
Non sono brava a confidarmi con le persone, ma a Rory ho sempre detto tutto. E, in qualche modo, sento di potermi fidare di Noah.
Indosso velocemente una felpa e un paio di pantaloncini sopra il costume. La casa è ancora buia, quindi faccio piano per non svegliare nessuno mentre scendo le scale e mi dirigo in cucina.
Da quando sono iniziati gli allenamenti, la nonna mi fa sempre trovare un pezzo di torta per colazione: all'arancia, al cioccolato, con fragole e panna. Per oggi, ha preparato la mia preferita con le scaglie di cocco e la crema alla vaniglia.
Mi sto ancora infilando l'ultimo boccone quando esco nella fresca alba di Conny Bay: i colori, seppur tenui, mi abbagliano facendomi strizzare gli occhi.
Questa è una caratteristica che amo dell'Australia e che, con il tempo, ho imparato ad associare soltanto a Conny Bay: a Boston la luce del sole resta sempre dietro gli alti grattacieli, nascosta sotto pesanti nubi di fumo come se non riuscisse mai a risplendere davvero. Qui, invece, brilla come pietre preziose, libera e indomita.
Raggiungo il limbo di spiaggia dove ho chiesto a Noah di vederci; é ancora deserto, a parte i gabbiani che planano sopra le creste delle onde e qualche surfista solitario.
Ho la mente completamente in subbuglio. Venendo qui, però, ho cercato di dare ordine ai miei pensieri: devo dire a Noah che lascerò Conny Bay dopo le regionali. In realtà, é un pensiero piuttosto semplice, ma so già che dirlo — dirlo a lui — potrebbe cambiare ogni cosa.
«Ciao, America» la sua voce, calda e bassa, mi giunge alle spalle.
Mi volto immediatamente, scontrandomi con il suo sorriso perfetto. Indossa soltanto una maglietta bianca e i pantaloncini azzurri con le palme. I capelli ricci gli ricadono sulla fronte, procurandomi un gran desiderio di scostarglieli dagli occhi.
Ma lui non me ne dà il tempo perché si fionda sulle mie labbra, come se fino a questo momento avesse trattenuto il respiro.
Mi lascio andare al suo abbraccio, alle sue dita che scendono lungo la schiena e si fermano per un momento sul sedere, stringendo appena.
Vorrei avere la forza di allontanarmi da lui, ma mi fa lo stesso effetto che ha la luna sulle maree. Mi attira come una calamita, con tutta la forza di un oceano.
«Noah, devo dirti una cosa» mi trema la voce e ho ancora i brividi nei punti in cui le sue mani hanno sfiorato la mia pelle.
Penso a cosa farebbe mia sorella in questo momento: lei sarebbe forte, coraggiosa, non si nasconderebbe dietro la paura e affronterebbe i suoi sentimenti a testa alta.
«Cosa c'è, America?» il tono di Noah é leggero e un sorriso si allarga sul suo viso.
Prendo tempo guardandomi attorno e sperando di trovare le parole giuste, ma queste non arrivano. Quindi, faccio solo un respiro, cacciando l'ansia e il senso di colpa dal mio corpo.
«Ho parlato con i miei genitori ieri e abbiamo deciso di tornare a casa tra due settimane, dopo la fine delle regionali» alla fine, le parole sono uscite veloci. Forse perché speravo che l'aria le inghiottisse.
«Cosa?» adesso, la voce di Noah è piatta. Ma lo conosco abbastanza da riuscire a leggere i minimi movimenti del suo corpo: la mascella tesa, lo sguardo affilato, i muscoli contratti. Sta cercando di mantenere a bada le sue emozioni, probabilmente la rabbia.
«Mi dispiace».
Le sue mani si allontanano bruscamente, serrandosi in pugni lungo i fianchi. Distoglie persino lo sguardo da me e, all'improvviso, mi sento minuscola, come una conchiglia abbandonata nell'oceano.
Aspetto in silenzio che lui dica qualcosa, forse che mi urli contro. Ma quando si volta di nuovo verso di me, é sparita la tempesta nei suoi occhi ed è tornata la calma. Una calma che, però, mi fa ancora più paura. Perché saprei cosa aspettarmi se lui fosse arrabbiato, mentre invece la calma è imprevedibile.
«Dovevo aspettarmelo. La principessa é venuta qui solo per superare un momento difficile e adesso è pronta a tornare nel suo regno» la sua voce è tagliente, e mi ferisce. Ma non voglio farglielo sapere.
«Credi che sia stato facile?» sbotto invece. Cerco di cacciare indietro le lacrime perché non sopporto l'idea che lui mi veda così, come una ragazzina che non riesce ad affrontare le situazioni difficili.
Noah sorride, una risata amara. «Non lo so, perché sei tu quella che se ne sta andando adesso».
«Ho la mia vita a Boston» dico, ma nemmeno io sono tanto sicura delle mie parole. Mi suonano più estranee di quanto oserei ammettere.
Quando sono arrivata in Australia, non vedevo l'ora di tornare a casa. Credevo che fosse solo uno sbaglio venire qui, ma poi mi sono resa conto che anche un posto ha il potere di guarire le ferite. Che si può trovare la bellezza anche nel dolore.
Ho sempre associato Conny Bay a mia sorella; questo era il suo posto sicuro e per tanto tempo mi sono sentita fuori luogo, come se stessi usurpando la sua felicità. Ma poi ho imparato ad essere felice anch'io qui.
Almeno, finché non ho capito che questa mia felicità ferisce le persone che amo. Perché, in fondo, è stata colpa mia se i miei genitori hanno perso una figlia. E non posso — non voglio — tormentarli ancora.
«E che mi dici di questa vita?» Noah alza la voce, facendo ruggire l'oceano e riscuotendomi dai miei pensieri agitati. «Credi che sia come in uno stupido film e che questa storia finirà quando l'estate sarà passata?» mi fissa per un momento con occhi glaciali. «É questo che pensi di me? Che sia soltanto un effetto collaterale della tua estate in Australia?»
A questo punto non riesco più a controllare le lacrime. Non credevo che la conversazione sarebbe sfociata in questo. Ma se Noah pensa davvero che io sia così, allora forse non ha mai capito nulla di me.
«Forse è meglio così» ribatto, delusa e ferita in egual misura. Mi brucia il petto per le lacrime che scendono e per tutte quelle che sto cercando di mantenere dentro di me.
«Si, forse è meglio così» Noah rincara la dose con uno sguardo affilato, freddo come la lama di un coltello, come se tutte le emozioni fossero sparite e fosse rimasta solo l'apatia. «Magari sarai più fortunata di tua sorella».
Quello che succede dopo — Noah che se ne va agitando un turbine di sabbia — il mio corpo lo vive come attraverso un vetro appannato. All'improvviso, il rumore dell'oceano sparisce, attutito dal dolore del cuore.
La frase di Noah si ripete nella mia testa come una serie di proiettili nella carne. Eppure, mi fa più male che sia stato lui a pronunciarla. Lui che più di chiunque altro conosce il mio senso di colpa, mi ha colpita là dove sapeva che mi avrebbe fatto più male.
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Catch the wave
Romance«Cos'è questa storia delle lezioni di surf, America? Vuoi passare del tempo con me?» Dopo l'improvvisa morte della sorella, Stella Mason ha smarrito la sua luce. Ha completato il primo anno all'università di Boston, ma andare avanti le sembra insos...
