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Per quanto mi senta distrutta, ferita e delusa in questo momento non posso permettermi di saltare una sessione di allenamento.
Per questo, quando gli altri sono arrivati in spiaggia, ho spiegato velocemente che Noah non ci sarebbe stato e poi sono entrata in acqua, senza guardarmi indietro.
Ho lasciato che le onde mi lambissero prima dolcemente e poi sempre più intensamente, portandosi via i miei pensieri. Mi sono concentrata al massimo sui movimenti, sulla tecnica e sulle manovre. Ho fatto attenzione alla posizione dei piedi per avere maggiore stabilità sulla tavola e sulle mani per trovare l'equilibrio.
Neanche mi sono accorta del vento che mutava, del cielo che cambiava colore e del sole che si nascondeva dietro nubi cariche di pioggia, pesanti d'angoscia.
In qualche modo, la tempesta all'orizzonte sembra rappresentare bene il mio stato d'animo.
«Stella, dobbiamo uscire!» mi urla Maila.
Il cielo diventa nero velocemente, aprendosi in una cascata fitta di pioggia che cade come lapilli nell'oceano.
Un tuono squarcia l'orizzonte, ricordandomi di muovermi. Per un attimo mi sembra di vivere uno dei miei incubi, ma continuo a nuotare fino alla spiaggia.
Corriamo fino al Surf Club, Buck che chiude la porta di legno appoggiandosi con le spalle, come se stesse scappando da un assassino in un film horror. Soltanto quando ci sdraiamo sul divano, fradici e ansimanti, ci lasciamo tutti sfuggire una risata.
«Giusto in tempo» commenta Stormie, avvicinandosi alla finestra. La pioggia cade ancora copiosa e fitta, ricordandomi la forza indomita e folle della natura.
Un nodo mi si chiude all'altezza del petto. Noah. E se fosse in giro con questa tempesta? No, di sicuro è tornato a casa.
Eppure, non riesco a togliermi dalla testa questo pensiero: che lui sia lì fuori da qualche parte, incurante del pericolo come lo è stata mia sorella sei mesi fa.
Perché gli ho detto di voler andare via?
Perché non l'ho fermato quando lui è andato via?
Improvvisamente, tutta la rabbia svanisce lasciandomi preda di un'ansia sorda e incolore. Mi tampono i capelli con un asciugamano pulito e mi tolgo di dosso la muta, sperando di riuscire a calmare i battiti del mio cuore. Mi serve aria.
Noah è al sicuro, mi ripeto. Deve esserlo per forza.
Mi chiudo in bagno e appoggio le mani sul lavandino finché le nocche diventano bianche, per cercare un appiglio che mi tenga in piedi. I capelli, ancora bagnati, mi cadono sulla faccia, ma non mi importa. Riesco a percepire soltanto il mio cuore che mi rimbomba nelle orecchie. Sempre più forte.
Mi lascio cadere sul pavimento freddo, circondandomi le ginocchia con le braccia, come una bambina. Un brivido mi attraversa il corpo. Il respiro mi si mozza in gola.
L'ultima volta che mi sono sentita così, l'ultima volta che ho avuto un attacco di panico, Noah era con me. Mi ha ricordato di respirare, di calmare la mente.
Ci provo, ci provo con tutta me stessa. Alzo la testa e chiudo gli occhi, ricordando di allentare i muscoli, alleggerire i pensieri e rilassare il petto. Le lacrime continuano a rigarmi il volto, ma almeno ho smesso di tremare.
Mi faccio forza per alzarmi. Ho il viso ancora pallido e gli occhi gonfi, cerchiati di rosso. Ma, lentamente, sto tornando a respirare normalmente. Mi dò una sciacquata per rinfrescarmi e ritrovare un minimo di normalità prima di uscire.
Per fortuna, nessuno si è accorto della mia assenza. Maila ha sistemato sul tavolino ciotole di patatine, olive e alcune lattine di succo al cocco, mentre Buck si sta ancora dedicando a far funzionare la televisione.
«Guardiamo un film, ti va?» mi domanda Stormie. «Almeno finché non smetterà di piovere».
Allargo le labbra nel sorriso più vero che riesco a riprodurre. «Certo» dico, sedendomi accanto a lei.
Il film parte, mentre Buck si prepara un'intera confezione di popcorn. Ma so già che non riuscirò a stare attenta, perché la mia mente torna a questa mattina, alla conversazione con Noah.
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Il sole sta calando dietro la linea dell'orizzonte e, con esso, anche la tempesta. Il cielo è tornato di un colore più brillante, punteggiato dalle prime stelle.
Maila ha proposto di restare per la notte, ma dopo tutto quello che è successo non me la sento di stare ancora lontana dai miei genitori. Le loro parole mi hanno colpita nel profondo, facendo nascere il desiderio di restare vicina alla mia famiglia.
Da quando Rory è morta, mi sono concentrata tanto su me stessa, punendomi con la solitudine. Ma soltanto adesso capisco che così ho finito per ferire anche i miei genitori.
Saluto Maila e Stormie, promettendo che ci saremmo riviste il giorno dopo per una nuova sessione di allenamento.
Fuori, l'aria è fresca e il vento agita la sabbia.
«Ehi. Te ne vai?» Buck é appoggiato con la spalla alla colonna di legno della casa, il cappellino azzurro di traverso sulla testa.
Annuisco, mentre una folata di vento mi soffia via i capelli, facendomi rabbrividire.
«Devo scusarmi con te, Stella» dice. Non ha il tono ironico e giocoso di sempre, ma non riesco a capire a cosa si riferisca. «La prima volta ho dubitato di te. Non credevo potessi entrare nella squadra, né che fossi portata per il surf».
Le sue parole sono pregne di rimorso. «Non ci credevo nemmeno io» gli confido, e non perché voglio farlo sentire meglio, ma perché è davvero quello che penso.
«Alla fine é stato Noah ad insistere» mi rivela lui.
Con la mente torno a quel giorno: me lo ricordo benissimo perché è stata la volta in cui io e Noah ci siamo quasi baciati. Disse che vedeva del talento in me, ma ricordo bene la sua espressione, le parole non dette ma comunque decifrabili: il talento non serve a molto senza la pratica e io non avevo alcuna speranza. Ricordo anche il modo in cui si è scagliato contro di me sostenendo che non avevo alcuna possibilità di partecipare alle regionali.
Non l'ho certo biasimato, perché anch'io non mi sentivo all'altezza, ma sentire quelle parole dure uscire dalle sue labbra mi aveva ferita comunque. E più di quanto volessi ammettere. Esattamente come le sue parole mi hanno ferita oggi.
Reprimo l'impulso di ridere. Non può essere vero: non può essere andata davvero così e Noah non mi ha certo voluta nella squadra. Buck deve essersi confuso.
«Non so cosa sia successo tra voi due» continua Buck. «Ma lui ci tiene davvero a te. E credo che tu lo sappia».
Vorrei dirgli che, invece, non lo so affatto. Che non so nulla, perché quando si tratta di Noah la mia vita diventa imprevedibile. Ma c'è qualcosa nelle parole di Buck che mi convince.
Lui non si intromette mai, e il fatto che mi stia parlando così, in modo serio e persino profondo, mi fa sorgere mille domande.
Non posso sapere quello che prova Noah. Ma so cosa provo io, dentro al mio cuore. E la verità è che anch'io l'ho ferito. Anch'io gli ho urlato contro e gli ho detto cose che neanche penso.
Noah non è stato nessun effetto collaterale. Soltanto una conseguenza inevitabile e bellissima. E la verità è che non avrei potuto fare assolutamente nulla per remare contro il mio cuore. Ci ho provato e ho fallito, ripetutamente. Perché a quello non c'è rimedio.
E adesso lo so. Anche se credo di averlo sempre saputo.
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Catch the wave
Storie d'amore«Cos'è questa storia delle lezioni di surf, America? Vuoi passare del tempo con me?» Dopo l'improvvisa morte della sorella, Stella Mason ha smarrito la sua luce. Ha completato il primo anno all'università di Boston, ma andare avanti le sembra insos...
