40. Alex

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Alex pov

La porta dell'ufficio si chiude alle mie spalle con un suono secco.

Per un istante resto fermo lì, in piedi davanti alla scrivania senza sedermi. Non voglio che sembri una visita di cortesia. Non lo è.

Papà alza lo sguardo dai documenti che sta firmando, lento, controllato.

"Alexander" non è una domanda, é una constatazione.

"Abbiamo già parlato del matrimonio," dice tornando a scrivere.
"Se sei qui per quello..."

"Non sono qui per il matrimonio" lo interrompo subito sul nascere, non cambio idea e non la cambierò mai.

La penna si ferma e ristagna nell'ufficio freddo e anonimo un silenzio pesante.

E finalmente mi guarda davvero.

"Allora per cosa?" intreccia le mani sui documenti in attesa di una risposta.

Sospiro lentamente.

Ho provato a gestirla da solo, ho provato a minimizzare a convincermi che fosse una coincidenza o un caso isolato. Ma non lo è.

"Qualcuno ha sfregiato l'auto di Chelsea." Non cambio tono resto piatto e non alzo la voce anche se al momento sono furioso ma l'unica cosa che ho imparato da lui e il non mostratasi al nemico.

"La fiancata dal lato del guidatore con una chiave, le hanno scritto sopra un insulto nei suoi confronti" spiego.

Non ripeto la parola per non raggiungere il limite di sopportazione della mia rabbia.

"Maya" continuo con voce spezzata.

Non parla ma ascolta e aggrotta le sopracciglia al nome familiare della bionda.

"Ha avuto un incidente, non è stato un semplice tamponamento. L'auto che l'ha colpita è sparita, nessuna telecamera e soprattutto nessuna targa" espongo i fatti e quello che so sul brutto incidente della mia ragazza.

Mi avvicino alla scrivania, appoggiando entrambe le mani sul legno scuro.

"Due episodi nel giro di pochi giorni. Troppo vicini. Troppo puliti" sembro un pazzo ma non credo davvero che sia una coincidenza.

Papà si appoggia allo schienale, studiandomi.

"Stai insinuando che qualcuno stia cercando di colpire te?" alza un sopracciglio in modo provocativo come se sapesse che da un momento all'altro lo accusi di questo fatto.

Per quanto non voglia bene a mio padre so che non mi farebbe mai un torto del genere.

"Non sto insinuando" rispondo stanco.

"Lo sto affermando" serio come mai mi ha visto prima.

Il suo sguardo si fa più attento.

"E pensi che abbia a che fare con me"

Eccoci, lo sapevo. È questo il punto che cercavo di evitare ma che sapevo sarebbe venuto fuori.

"Penso" dico con calma, scegliendo ogni parola.

"Che il tuo nome crei alleati. Ma anche nemici" non abbasso lo sguardo e continuo.

"E se qualcuno volesse mandarti un messaggio, non colpirebbe te" colpirebbe noi, colpirebbe loro.

Un muscolo della sua mascella si tende appena.

"Stai dicendo che non sei in grado di proteggere le persone che ti stanno accanto?" mi accusa con la sua solita superiorità.

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⏰ Ultimo aggiornamento: 17 hours ago ⏰

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