Si sentiva così libera.
Il vento leggermente freddo le intorpidiva il viso, rendendole le guance e il naso di una tinta rossastra, mentre alcuni ciuffi di capelli inumiditi le sfioravano il viso, provocandole fastidio e talvolta anche una punta di dolore, a causa della temperatura bassa e rigida che li aveva resi più ispidi e duri.
Ma lei queste piccole cose non le notava, come non si curava dei tagli e della screpolatura che aveva sulle labbra, come non si curava della bellezza e della maestosità delle ville dei Supremi, lei non aveva più molto tempo per soffermarsi sulla bellezza delle piccole cose.
La sfera di cristallo che la circondava sembrava tremare per poi cadere infrangendosi, lasciandola vivere davvero, mentre lei correva.
Correre le faceva questo effetto, la faceva sentire libera, infinitamente libera, nonostante stesse correndo un rischio.
Perché ormai sentirsi liberi aveva un prezzo, e quello era il rischio.
Quelli come lei, gli Indigens, non si potevano permettere neppure di essere liberi, da quanto lo stato gli aveva ridotto i diritti.
Perché?
Semplicemente perché erano il disprezzo, il ripudio, i rozzi, secondo i Supremi, i bisognosi.
Ed era proprio quello il motivo della sua visita, oltretutto contro la legge, al popolo di questi: il bisogno.
Molte volte le passava per la mente in che modo strano la gente ormai socializzava: i Supremi, troppo schifati da quelli come lei, non osavano oltrepassare le mura mentre quelli come lei, erano troppo orgogliosi per poter socializzare con i nobili, che tanto, tutti sapevano che questi non avrebbero mai deciso di appacificarsi con un popolo così povero.
Perché ormai lei li distingueva così: quelli come noi e quelli come loro.
Troppo indignata per chiamarli Supremi, troppo orgogliosa per chiamarsi bisognosa.
Loro, che possedevano case tanto tecnologiche da essere sempre e costantemente pulite e lucide, vestiti così uguali e costosi, atteggiamenti così simili, rendevano il paesaggio così monotono, che da tempo lei non si fermava a guardare la città dal Grande Muro.
Una bella città, ma di cloni. Ecco il punto per la quale lei non si fermava mai a guardare quel panorama, il secondo era perché ormai il governo la conosceva.
Le sue gambe si alternavano velocemente, aveva una meta precisa, su quei tetti che sembravano fatti di plastica, tanto erano lisci e perfetti.
Pensò anche a quanto fosse stupido sprecare tanta ricchezza per fare delle case così imperfettamente perfette, dato che lei si era già stufata di vederle così belle.
Donne, uomini e bambini la guardavano chi con ripudio e chi con stupore, mentre correva tenendo stretto in mano uno strano congegno che si illuminava di blu.
«Una ribelle!»
Urlò una donna, in preda al panico.
Come al solito la ragazza non si scompose, tanto sapeva che nessuno di loro avrebbe mai osato toccarla.
Non si sapeva spiegare il perché, ma quando lei passava loro si scostavano.
In quel momento invidiò gli Externi, il popolo più pacifico tra tutti, che abitava in un satellite al di fuori della Terra che godeva di indipendenza e stato a sè.
Quelli come lei, che vivevano semplicemente, una tecnologia simile a quelli che usavano gli Externi se la potevano solo immaginare, e di quel satellite si riusciva a vedere solo un puntino quando il sole tramontava, poiché ruotava sopra alla loro città in quella fascia oraria.
STAI LEGGENDO
Rebels · N.H.
ActionFanta-action story Forse era questo che la spingeva ad andare avanti, a combattere. Ciò con cui era stata cresciuta e con cui si sarebbe sfogata, la sua unica riserva infinita: l'odio. Tratto dal capitolo intitolato "War." «Sai cosa, Horan?» Si pieg...
