La scritta a lettere dorate sul legno della porta diceva "Sara C. White - Auror Capo". Sara non aveva impiegato molto tempo per ottenere quella scritta e tutto quello che comportava. Si era fatta strada in fretta, grazie alle sue capacità e alla sua dedizione, e ora aveva una squadra da gestire, un ufficio con quattro pareti e una porta, anziché un cubicolo nell'open space, e un sacco di responsabilità.
Aveva consacrato la vita al lavoro, da quando era entrata all'Accademia non aveva più fatto altro che lavorare, lavorare e ancora lavorare. Non che non ci avesse provato, ma i suoi tentativi di conciliare la vita privata con il lavoro erano falliti. Alla fine aveva dovuto scegliere. E aveva scelto la carriera. Il Dipartimento era diventato la sua casa e la sua ragione di vita. Aveva guadagnato la sua posizione e quella scritta sulla porta facendo la gavetta, portando a termine ogni incarico, ogni missione, anche i più scomodi e sgradevoli.
Questa volta non era diverso. Le ricerche di Sirius Black non erano altro che un altro caso sgradevole da risolvere. Tutto qui. Il passato non aveva importanza, non doveva averne. Era solo questione di accettarlo. Per fare questo però aveva bisogno di riflettere con calma.
Considerò per un attimo la possibilità di rinchiudersi nel suo ufficio, ma non sarebbe servito. Troppa gente sarebbe andata comunque a disturbare le sue riflessioni. Distolse lo sguardo dalla scritta col suo nome, abbassò la maniglia della porta ed entrò per prendere la borsa che aveva abbandonato sulla scrivania. Prima di uscire dal Dipartimento si affacciò nel cubicolo più vicino al suo ufficio.
"Frank, questa mattina sarò fuori." Al suono della sua voce il ragazzo biondo chino sulla scrivania fece voltare la sedia.
"Buon giorno capo. Dove vai?"
"Non sono affari tuoi."
"Ok."
"Se qualcuno mi cerca, uccidilo con un colpo alla nuca."
"D'accordo. Solite eccezioni?"
"Solite eccezioni."
Il ragazzo tornò a voltarsi verso la sua pila di pergamene, faldoni e cartellette. Sara si allontanò dal cubicolo. Frank Parker lavorava con lei da molti anni e la conosceva meglio di chiunque altro al Dipartimento. Aveva imparato a capire quando era il momento di non fare domande. Era una delle molte qualità che Sara apprezzava di lui.
L'abitudine la condusse attraverso i corridoi del Ministero fino all'uscita. Fuori c'era una mattina grigia e fredda. Sara inspirò l'aria piena di smog della città e accese una sigaretta. Aveva bisogno di schiarirsi le idee. Ma dove? Come?
Mentre aspirava la seconda boccata di fumo, le venne in mente l'immagine della sua amica Rebecca che la rimproverava per il suo vizio. Quella porcheria ti ucciderà. Diceva sempre così. E Sara continuava a rispondere che se le sigarette avessero fatto in tempo a ucciderla si sarebbe considerata fortunata.
Senza pensare, tuffò la mano nella borsa e ne estrasse un cellulare. Non erano molti gli Auror a utilizzare tecnologia Babbana, ma molti maghi e streghe provenienti da famiglie Babbane sapevano quanto potesse tornare utile. Scorse la rubrica fino a trovare il numero giusto e fece partire la chiamata mentre cominciava a camminare.
"Pronto?"
"Bex, sono io."
"Sara, dimmi. Che succede?"
"Sei libera per pranzo?"
"Certamente. Dove ci vediamo?"
"Da Lucilla. Ti aspetto."
"Sara," la voce di Rebecca dall'altro capo della linea tremò leggermente. "È successo qualcosa?"
"Ancora no. Però ho bisogno di un... consiglio."
