Il mattino seguente Sara osservò il suo riflesso nello specchio appeso alla parete dello spogliatoio femminile del Dipartimento. Le ore di sonno perso e le troppe tazze di caffè le si leggevano in faccia. Era pallida, più del solito e aveva l'aspetto di una sull'orlo del baratro.
Si passò le dita tra i capelli per districare alcune ciocche scomposte, poi li spinse dietro le orecchie. Cercare di dar loro un aspetto più ordinato era una battaglia persa in partenza. Sfiorò con le dita il ciondolo a forma di pesce che portava al collo. Era un piccolo gioiello d'argento smaltato, così piccolo eppure così ricco di particolari che l'aveva colpita subito. Era stato un regalo. Di Sirius. L'aveva indossato sempre, nei due anni in cui erano stati insieme, e poi anche dopo. Non aveva mai smesso di portarlo. Indugiò ancora un attimo con le dita sulla superficie sbalzata del ciondolo, poi lo infilò sotto la camicetta. Non poteva permettere ai ricordi di assalirla in quel momento,
Sistemò i polsini della giacca nera da Auror Capo e allacciò i bottoni d'argento. Per comparire davanti al Wizengamot, era d'obbligo l'uniforme. Indossò le scarpe nere col tacco e si diede un ultimo sguardo nello specchio. L'uniforme la faceva sembrare più vecchia.
Mentre chiudeva l'armadietto, il suo cellulare prese a squillare. Pochissime persone la chiamavano al telefono invece di mandarle un gufo. Riaprì lo sportello e afferrò il telefono dalla mensola. Sullo schermo lampeggiava il nome "Rebecca".
"Pronto, Bex. Che succede?"
"Ehi, Sara. Ho sentito delle voci. Volevo essere sicura che stessi bene." Il bello della sua amica Rebecca era che non si perdeva mai in convenevoli. Andava dritta al nocciolo della questione.
"Sto bene."
"Sono vere le voci?"
Sara appoggiò la fronte al metallo freddo dell'armadietto. "Dipende da cos'hai sentito."
"Che questa mattina ci sarà un'udienza straordinaria del Wizengamot e che tu hai riaperto il caso della strage di Godric's Hollow."
"Sono voci piuttosto accurate."
"E sono dovuta venirle a sapere dalle pettegole di corridoio? Non ti sei più fatta sentire. Che cosa sta succedendo?" Rebecca sembrava più preoccupata che seccata.
Sara sospirò prima di rispondere. "Ho fatto come mi avevi detto. Ho accettato il caso e sto cercando di chiudere questa storia. Bex, ho scoperto delle cose..."
"Quali cose?"
"Lo scoprirai abbastanza presto." Non le andava di parlarne al telefono, e soprattutto non le andava di parlarne in quel momento.
"Mi sembra di capire che tu non ne voglia parlare. Ci possiamo vedere dopo? Stasera, quando avrai finito?"
Sara sorrise. "Questa sera probabilmente sarò seduta al bancone di un bar a bere fino a scordarmi ogni cosa."
"Non va bene che un Auror Capo si abbandoni a questi eccessi."
"Può darsi che questa sera non sarò più un Auror Capo."
"Va così male? Sara, che succede?"
"Te l'ho detto. In un modo o nell'altro, ne sentirai parlare presto. Ora devo andare."
Dall'altra parte della comunicazione arrivò un grosso sospiro. "D'accordo. Per adesso. Ma non avrò pace finché non avrò un resoconto dettagliato, sia chiaro."
Sara chiuse la chiamata e inspirò profondamente. Sistemò la giacca tirandola verso il basso, poi uscì dallo spogliatoio. Da ore il suo stomaco aveva smesso di funzionare a dovere. Era stretto come un nodo e, anche se aveva la bocca asciutta, era contenta di non aver niente in corpo da poter vomitare. I muscoli delle spalle erano rigidi per la tensione, ma rilassarsi era impossibile. Era come se la sua vita dovesse finire con quell'udienza. Non riusciva a immaginare un dopo. Non c'era spazio nella sua mente. Tutta la sua concentrazione era dedicata al compito che aveva per le mani. Convincere un branco di vecchi bacucchi a rivedere le loro convinzioni, a cambiare idea su un caso chiuso da più di un decennio, sulla base delle sue intuizioni.
