Era lì solo per parlare di lavoro.
Cioè non proprio di lavoro. Del lavoro che doveva svolgere per l'Ordine della Fenice. Recuperare le planimetrie dell'Ufficio Misteri. E per chiedere a Silente se avesse qualche informazione su quel libro, quello che Teophilius Roth sembrava aver comprato ma che non si trovava da nessuna parte.
Nessun altro motivo.
Di sicuro non c'entrava niente il desiderio di rivedere la sua migliore amica che era morta e ora era misteriosamente tornata. E nemmeno aveva a che fare con il bisogno bruciante di rivedere Sirius, un bisogno che stava diventando sempre più forte e le faceva dolere lo stomaco. La sua mente non stava più funzionando nel modo giusto. Era come se avesse bisogno di ulteriori prove, come se tutto quello che era successo — scoprire la sua innocenza, presentare il caso davanti al Wizengamot, rivederlo — fosse stato una specie di sogno ad occhi aperti. E ora doveva controllare, verificare, tornare a Grimmauld Place per accertarsi che fosse tutto vero, che non fosse il prodotto della sua fantasia.
Forse aveva bisogno di un ricovero al reparto per malattie mentali del San Mungo.
Di sicuro non era un comportamento normale, restare in piedi davanti a una porta sbarrata, in bilico sul gradino dove finiva l'incantesimo di protezione che nascondeva la casa a occhi indiscreti, mentre cercava di decidere se entrare oppure no.
Ma d'altra parte, che cosa aveva da perdere, a parte un altro po' della sua sanità mentale?
Dignità? Non credeva gliene fosse rimasta.
Con un sospiro, in parte esasperato e in parte per calmare i nervi, Sara estrasse la bacchetta dalla tasca e la fece scorrere sulla porta del numero 12 di Grimmauld Place, come le aveva spiegato Remus il giorno precedente.
Era stato davvero solo il giorno precedente?
Perché ultimamente sembrava che le giornate durassero mesi?
L'ingresso della casa era, come la sera prima, immerso nella penombra. Sara adocchiò la tenda che nascondeva il ritratto della signora Black. Era stranamente incuriosita da quel ritratto. Non aveva mai conosciuto la madre di Sirius quando era in vita, ma ne aveva sentito parlare molto e non le piaceva. Le ricordava troppo la sua.
Spinta da una curiosità quasi morbosa, fece qualche passo in direzione del quadro e tese la mano per scostare la tenda pesante. Spostandola appena vide uno scorcio di verde, come uno sfondo abbozzato di prati e boschi, ma lo spiraglio non era sufficiente a mostrare altro.
Valeva la pena di scatenare le urla di Walburga Black solo per soddisfare la sua curiosità malata?
"Vuoi davvero che ti presenti a mia madre così?"
Sara si voltò di colpo. Sirius era in piedi a metà delle scale che portavano ai piani superiori e la guardava con un mezzo sorriso.
Sara fece un passo indietro e lasciò andare la tenda come se scottasse. "Scusa," bisbigliò, "non volevo ficcanasare." Sirius la guardava con un sopracciglio sollevato, un'espressione che gli aveva visto migliaia di volte. Era così da lui che le toglieva il fiato dal corpo. "In realtà," aggiunse grattandosi la testa, "stavo ficcanasando. Ma potrei giustificarmi dicendo che è deformazione professionale."
Sirius scese gli ultimi gradini fino a fermarsi accanto a lei. "Deformazione professionale, eh? O semplice curiosità?" domandò divertito, sempre parlando a bassa voce. "Se vuoi posso mostrartela."
Sara si voltò verso la tenda, che ondeggiò in modo sinistro, anche se nella stanza non c'era alcuna corrente d'aria. "Magari la prossima volta."
