Sara si masticava l'unghia di un pollice mentre Frank passava in rassegna i documenti di Crouch. Non voleva influenzare il suo giudizio con le proprie considerazioni, ma avrebbe voluto che si sbrigasse. Voleva conoscere la sua opinione.
Mai prima di allora aveva dubitato tanto del suo stesso giudizio. Non riusciva a capire se il suo subconscio le facesse vedere delle cose che non c'erano oppure se delle stranezze c'erano davvero. Una parte di lei continuava a trovare cose che non andavano, l'altra parte di lei non faceva che trovare giustificazioni plausibili per quelle lacune.
Era snervante. E non arrivava da nessuna parte.
Dopo un secolo, Frank sospirò e si appoggiò allo schienale della sedia. "In effetti ci sono parecchie cose che non quadrano." Sara tirò mentalmente un sospiro di sollievo, ma non lo interruppe. Forse non stava impazzendo. "Tanto per cominciare non c'è uno straccio di relazione tecnica sulle prove raccolte. C'è una specie di elenco, ma non sembra molto completo. È difficile credere che con una scena di quella portata non abbiano trovato altro."
Era una delle prime cose che Sara aveva notato. Era come se la scena della strage di Godric's Hollow fosse stata esaminata frettolosamente, senza prestare attenzione ai dettagli. "È difficile da credere. Ma è anche vero che dev'essere stata una scena caotica."
"Hai già esaminato le fotografie?"
"No." Sara aveva rimandato quel momento il più possibile. Non era sicura di riuscire a mantenere la compostezza davanti alle immagini, ma se voleva scoprire qualcosa doveva decidersi a farlo. "Possiamo farlo adesso. Prendiamo la lavagna."
Presero la grande lavagna bianca dalla stanza per l'esame delle prove e la trascinarono fino all'ufficio di Sara. Insieme iniziarono a smistare e appendere tutte le foto magiche che erano state scattate sulla scena della strage. Piano piano prese forma un quadro agghiacciante, di distruzione e morte.
Lavoravano in silenzio e Sara non riusciva a non pensare alla mano che aveva causato tutta quella distruzione. Non riusciva ancora a credere— nonostante avesse passato più di un decennio a convincersi del contrario— che Sirius avesse potuto compiere un gesto simile.
A un certo punto, nella sua mente Sirius era diventato due persone diverse. Il ragazzo che lei aveva conosciuto e conservava come un bellissimo ricordo, e l'assassino. Uno era rimasto il suo modello, un ideale, il metro su cui inconsciamente misurava tutti gli uomini. L'altro era il mostro, crudele e spietato, che aveva ingannato tutti, che aveva ingannato lei.
E non si trattava solo della morte di dodici persone, né dell'assassinio di quello che sarebbe dovuto essere uno dei migliori amici di Sirius. C'era di più.
Era stato Remus a dirglielo, pochi giorni dopo la strage. Era arrivato a Hogwarts una mattina ed era andato a trovarla in infermeria. Sara non ricordava come ci fosse arrivata, chi l'avesse portata lì e non sapeva nemmeno esattamente da quanto tempo ci stesse. Fuori pioveva a dirotto, da giorni, cosa che comunque non sembrava intaccare il buonumore che aveva avvolto tutta la scuola dopo la caduta di Voldemort.
Dio, anche pensarne il nome la faceva stare male. Era stato Sirius a insegnarle a non chiamarlo Tu-Sai-Chi. Riferirsi a lui come Voldemort, anche solo nella sua testa, glielo faceva ricordare e ogni volta che ci pensava era come se qualcuno la accoltellasse allo stomaco.
Le chiacchiere e l'euforia dei festeggiamenti, per fortuna, non riuscivano ad entrare in infermeria. Madama Chips faceva in modo che fosse così e Sara le era grata per questo. Era già abbastanza dura sentirli filtrare attraverso la porta.
Era sola lì dentro, sembrava che anche le malattie stessero facendo festa. Le sole persone che passavano tra i letti erano l'infermiera della scuola e Rebecca, che andava a trovarla ogni giorno.
