Questione di Quidditch

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Christina Nott

Odiava le scope, odiava gli stadi, odiava il Quidditch.

Eppure si era ritrovata con un fidanzato che girovagava per il mondo inseguendo palle a cavallo di una scopa. Guadagnando al contempo un mare di galeoni. E, cosa più incredibile, ne era felice. Non dei galeoni, di quelli la sua famiglia ne aveva già abbastanza. Ma del Quidditch, e di come James si illuminasse ogni volta che finivano a parlare delle sue partite.

Aveva sempre trovato affascinante James Potter, con quegli occhi da malandrino, i modi esagerati, l'atteggiamento di chi sa di piacere alla gente. L'aveva sempre trovato bello ed eccessivo, troppo egocentrico, troppo permaloso. L'aveva osservato da lontano per anni, terrorizzata dal rivolgergli la parola direttamente, per paura di quelle che lui gli avrebbe potuto rivolgere in cambio. 

Non sapeva dire perché ma, dei tre fratelli Potter, James era quello più sensibile alla guerra magica e alle sue conseguenze. Forse semplicemente perché fin da piccolo era stato abituato a passare tanto tempo con George Weasley ai Tiri Vispi, mentre i suoi genitori si facevano strada nel mondo degli Auror. Forse perché la sua natura così chiassosa, ma allo stesso tempo così disperatamente amorevole, lottava per proteggere coloro che amava.

Lily se n'era sempre lamentata. Troppo geloso, il suo fratellone. Troppo protettivo, troppo rompiscatole. Christina l'aveva ascoltata sempre in silenzio, intimamente invidiosa di quel rapporto così speciale che legava i fratelli Potter. Perché per lei era chiaro che James avesse solo paura di perdere i suoi fratelli, le persone che dopo i suoi genitori amava di più al mondo. Aveva paura di vederli cambiare, trasformati in prodotti perfetti di quei pregiudizi che ancora animavano parte della comunità magica. Aveva così paura che urlava, sgomitava, a volte recriminava, ma ricordava sempre che lui era lì, e ci sarebbe stato sempre.

Christina si era innamorata giorno dopo giorno di quella sua natura così buona, così familiare, così protettiva. Aveva sopportato le battute sul suo cognome e la distanza che lui aveva messo tra loro, così come era successo con gli amici di Albus. Aveva pazientato, cercando di fargli capire che lei non era una minaccia per il suo rapporto con Lily.

Poi, quando non ce l'aveva fatta più, aveva urlato.

«Merlino, Potter. Ho un dannato nome, e non è la Nott.»  

James era ammutolito per un attimo e finalmente, dopo cinque anni di silenziosa convivenza, le si era rivolto direttamente. «Lo so.»

«Allora usalo. Perché è abbastanza svilente, oltre che maleducato da parte tua, parlare di me con tua sorella come se nemmeno fossi presente.»

James aveva alzato le spalle, indifferente.

«Se non fossi così concentrato sui tuoi stramaledetti sentimenti, capiresti che comportandoti così ferisci solo quelli degli altri, soprattutto se provano con ogni mezzo a non starti tra i piedi.»

Si era alzata furiosamente, abbandonando il divano davanti al fuoco che aveva occupato per gran parte del pomeriggio con Lily con tanto impeto da spostarlo leggermente indietro, correndo in dormitorio prima di poter essere fermata.

«Quando ti deciderai a crescere, James?» aveva sentito urlare da Lily, prima di sbattersi la porta alle spalle.

Da quel giorno, si era trovata James Potter sempre tra i piedi, pronto a farle le sue scuse. E, nonostante ogni giorno che passasse si premurava di ripetergli che era tutto a posto, che non le doveva niente, ogni giorno lui insisteva a rivolgerle almeno una domanda.

Fino a quella mattina di aprile.  

«Ci vieni a vedere il Quidditch?»

«Odio il Quidditch.» gli aveva risposto fredda, ignorando il suo sguardo speranzoso, aggirando la sua figura per poter uscire dalla sala comune.

«Ma Lily gioca a Quidditch!» protestò lui, inseguendola.

«Lily è una mia amica, non la mia fotocopia. Possiamo benissimo avere interessi diversi.» aveva ribattuto atona, sperando di raggiungere Cassandra in fretta. Sapeva che il sabato faceva colazione molto presto, e aveva bisogno di una mano per il tema di trasfigurazione.

«L'ho capito.» aveva risposto piano James, fermandosi di colpo.

Christina si era trovata a voltarsi quasi contro la sua volontà, trovandolo a pochi passi da lei, scuro in volto.

«C'è qualche problema?» gli aveva chiesto asciutta, divisa tra la voglia di lasciarlo lì a crogiolarsi nel suo essere James Potter e la preoccupazione per quell'espressione così diversa da quelle a cui era abituata.

«No, figurati.»

Christina aveva alzato le spalle, ignorando la voglia di abbracciarlo e riprendendo a camminare verso la sala grande.

«Comunque, se prendo il boccino mi dai un bacio?»

Non si era voltata, se non altro per non dargli la soddisfazione di vederla sorridere. 

«Solo se il distacco con Serpeverde sarà di almeno cento punti.»

Pensava di aver esagerato ma, si era detta quando James si era presentato a riscuotere la sua vincita, forse avrebbe dovuto chiedere aiuto a Lily. Con una premonizione o con una partita truccata. Perchè quel giorno Grifondoro stracciò Serpeverde di ben trecentodieci punti.    

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