Figlio unico

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Albus Potter

Si era chiesto tante volte che sensazioni dovesse scatenare l'avere i genitori tutti per sé. Essere un figlio unico, lontano dall'irruenza di James e dalla tenerezza di Lily, dai giocattoli condivisi e dalle libertà messe a confronto; esentato dal paragone, anche involontario, con chi prima o dopo si era comportato diversamente da lui in una determinata situazione.

Se n'era vergognato altrettante volte, di quei pensieri. Li aveva sempre custoditi nella sua testa, gelosamente nascosti a chiunque, per paura di essere frainteso. Perché mai, nemmeno nei momenti di rabbia vera (e con James ce n'erano stati parecchi) avrebbe cambiato una virgola della sua caotica e irruenta famiglia. Non avrebbe mai rinunciato agli sproloqui del suo fratellone, o alle risate sguaiate di Lily. Non avrebbe mai desiderato essere davvero sempre solo anche se a volte, quando il cervello sembrava sovraccarico e il sistema nervoso rispondeva poco ai suoi comandi, aveva anelato una temporanea quiete.

Si era vergognato particolarmente quando, per quel misero primo istante di sorpresa, aveva gioito per la partenza di James. Non solo per l'inizio della sua fortuna, ma soprattutto per avere finalmente la camera da letto tutta per sé. 

Era rimasto così deluso da sé stesso per quel pensiero fin troppo egoista che, quando quel giorno a colazione sua madre gli aveva riferito le decisioni di Lily, quasi gli era venuto da piangere.

Se n'era andata pochi giorno dopo quell'annuncio, prima ancora dell'arrivo dei M.A.G.O., salutandolo a malapena. Se n'era andata con gli occhi pieni di lacrime e le labbra strette, con sul viso dipinta tutta l'angoscia per quella separazione, sicuramente sentendo il dolore che anche lui provava.

Eppure, nonostante tutto, ancora una volta era toccato a lui fare la parte di quello razionale, sarcastico, quasi cinico. L'aveva fatta sorridere, anche se non ricordava come, prima di chiuderle la porta alle spalle. Lei doveva partire, lui doveva chiedersi se in qualche modo quella scelta era anche colpa sua.

«Programmi per l'estate?» 

Suo padre gli era comparso improvvisamente alle spalle, strappandolo alla sua malinconia.

«Rompervi i boccini ancora per un po', e magari invitare a cena Cassandra.» 

«Mi piace quella ragazza.» commentò Ginny, che affiancava il marito. «Ti tiene in riga che è una meraviglia.» 

«Ehi.» protestò, fingendosi offeso. 

E improvvisamente gli balzò agli occhi la verità: essere un figlio unico avrebbe significato essere l'unico perno attorno a cui i suoi genitori sarebbero ruotati. Preoccupazioni, aspirazioni e angosce sarebbero convogliate tutte su di lui, senza possibilità di scampo.

E forse si sarebbero crucciati un po' di più per il suo essere Serpeverde, o per la sua bizzarra scelta di carriera, o per la parentela con i Nott. Non ci fosse stato James ad aprire la strada con la Grifondoro Christina, sarebbe stata tutta un'altra storia.

E poi, continuò il suo elenco mentale, non avrebbe mai sviluppato il cinismo grazie agli scherzi di James, non avrebbe mai affinato il suo istinto di protezione con quella pasticciona di Lily, niente rabbia per commenti fuori luogo, niente complicità, niente senso di casa ogni volta che li vedeva comparire da qualche parte. 

No, non avrebbe mai voluto essere figlio unico. Nemmeno per il tempo di un'estate.

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