Capitolo Quarantuno

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Se credeva che i nuovi colleghi di Lauren fossero veloci con i bulloni, doveva ancora vederli con i palloncini.
Erano riusciti ad allestire una stanza spoglia in poco tempo e a renderla anche più colorata della casa dove viveva, il che non era scontato tenendo di conto la collezione di quadri di Robin.

Si era recata sul posto un po' prima del previsto, perché, anche se indossava una gonna per svago e non per lavoro, le formalità erano il vero tessuto aderente da cui non si separava mai. Si assicurò che fosse tutto in ordine, che il tavolo degli alcolici fosse più granito della torta e che al contempo ci fosse almeno una fetta di dolce per tutti e due calici per ognuno. Verso le cinque del pomeriggio, tutti avevano controllato ed eseguito le ubbie di Camila almeno tre volte, eppure la cubana si guardava attorno come se volesse verificare di persona tutte le richieste già espletate.

«Vuoi rilassarti?» La mano di Erik scivolò sulla sua spalla, voltandola dalla parte opposta della sala, verso l'orizzonte infiammato dal dibattere della sera. Camila sospirò e il sole calò un altro po', assecondando il suo alito come fosse vento che desiderava esortare la Luna a prevalare. L'attesa non faceva per lei. «È tutto a posto. Tutto in ordine. E anche se ci fosse qualcosa fuori posto, credi che Lauren guarderà quello?» Inclinò la testa come se ora fosse lui a spronare il suo lato ragionevole a sorgere. 

«Lo so, hai ragione.» Distese i muscoli tesi delle spalle senza accorgersi che l'unica sfera più rossa adeso erano i palloncini alle loro spalle. Il cielo impallidiva un'ultima volta per vestirsi con abiti da sera.

Adesso che la volta celeste aveva assecondato la sua smania, Camila occhieggiava lo schermo del telefono attendendo che qualcuno più sfuggente della natura l'accontentasse: Normani. Malgrado la ragazza lavorasse ancora con Mike, l'amicizia storica con Lauren l'aveva resa partecipe di quella serata non solo per omaggiare la vittoria ai danni della scuderia del padre, ma anche per metterla al corrente dei giri ancora fervidi dell'uomo. Per questo Lauren le aveva chiesto un paio d'ore in solitudine con l'amica, e per questo Camila aveva assegnato a Normani il compito di avvisala quando sarebbero partite da casa per approntare una piccola sorpresa messa a punto dallo staff per la corvina. Il messaggio sarebbe dovuto arrivare già da quindici minuti, quando Normani entrò dalla porta principale. Da sola.

Camila la guardò col fiato sospeso, arginando i pensieri prima che divenissero più rapidi e instabili dei passi della donna che le stava andando incontro. 

«Dov'è Lauren?» Chiese Camila adocchiando la sua schiena come se sperasse ancora di vederla spuntare in qualche modo.

«A casa.» Lo sguardo di Normani non la turbava più. Era sempre stato diretto e apatico, ma era la determinazione del suo tono a cui dovette accomodarsi la sua flemma.

Deglutì ma mantenne la voce piatta. «Perché?» 

«È meglio che tu vada da lei.» Si limitò a dirle, spiazzandola per la facilità con cui sosteneva il suo sguardo intimorito. Camila aveva immaginato tante volte quella scena nella sua testa, anni addietro, domandandosi quando la corvina avrebbe superato il limite non solo in pista ma anche nei dettami circolari dei suoi "supeiori", ma adesso non riusciva proprio a comprendere per quale motivo dovesse preoccuparsi.

«A..Adesso?» Balbettò lanciando uno sguardo attorno a lei. Gli occhi erano tutti puntati su di loro. Camila si sentiva come un palloncino della stanza: piena di ossigeno trattenuto e pronta a scoppiare sotto la pressione di uno spillo.

«Adesso, si.» Non fece una piega Normani, rivelandosi tale spillo.

La cubana tentò di scorgere nei suoi occhi una sfumatura che rischiarasse il mistero come la luna riveberava nella notte, ma trovò solo buio. «Ci penso io a loro. Tu vai.» Fu l'unica luce che ebbe dalla voce della donna, prima di trovare il coraggio di annuire e incamminarsi verso l'uscita.

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