Capitolo Trentaquattro

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Non aveva rifiutato solo l'aiuto di Dinah, aveva anche respinto quello delle pillole per principio. La voce nella sua testa le ripeteva che poteva farcela da sola, ma poi era la stessa voce ad asfissiarla più di quanto facessero i muscoli accartocciati sul respiro. Adesso, però, avrebbe volentieri stretto una di quelle magiche pillole nel palmo della mano e invece si doveva accontentare della sua mano nuda. Conficcò le unghie nella carne, aprendola e schiudendola ritmicamente, contranedo e defluendo la tensione prima che questa facesse lo stesso ma con il suo ossigeno.

«Camila! Aspetta un attimo!» La voce di Dinah risuonava lontana, come tutto il resto d'altronde. L'amica si stava maledicendo per aver scelto di indossare proprio quel giorno i tacchi per la prima volta per assistere ad una competizione.

Non aveva idea di dove fosse diretta. Forse lo scomparto polmonare era danneggiato, ma quello mnemonico funzionava benissimo ed era a quello che il suo corpo ora faceva riferimento. Aveva perso i battiti, ma almeno le coordinate erano ancora impresse a fuoco nella sua mente, e tutti gli arti adesso si alimentavano solo di quelle. Non era più essenziale la circolazione sanguinea, l'attività principale era solo una: scappare.

Le sue vene si svuotavano troppo velocemente, divenendo a poco a poco più vuote dei corridoi che stava attraversando. Il suo respiro rimbombava più dei suoi passi. Credeva che avrebbe perso a breve l'equilibrio, invece trovò prima la maniglia della porta. Il sole la investì prepotentemente, rigenerando floridezza al suo volto lattiginoso, ma dovette comunque appoggiarsi contro la parete per non accasciarsi.

Anche Dinah, seppur per sforzi diversi, aveva il fiatone quando si chiuse la porta alle spalle. «Accidenti ragazza, corri veloce.» Preferiva elogiare la cubana, piuttosto che ammettere che stava invecchiando.

Anche Camila, come lei, avrebbe preferito incolpare qualcun altro per la sua penuria d'ossigeno, invece poteva tacciare solamente i suoi polmoni. Mai veloce quanto dovrei, pensò, chiedendosi come mai, anche se massimizzava la sua energia, non aveva mai il passo troppo svelto per sfuggire a Lauren. L'aveva dimenticata, no? Certo, non aveva mai pianto per lei. Non si era mai seduta a riflettere sulle domande che quel maledetto aereo non aveva portato con se. Ma... Insomma.. Aveva un'altra vita adesso! Era felice! Perché tremare?

«Hai dell'acqua?» Si informò prudente Dinah. Camila altrettanto prudente scosse la testa. «Va bene. Fai dei grossi respiri. Non hai mai voluto parlarne, ma sappi che so cosa vuol dire.» Le strofinò la mano sulla schiena, sorridendole amorevolmente quando fece scattare lo sguardo verso di lei.

Forse solo adesso Camila si avvedeva che contenendo il suo dolore aveva precluso anche a Dinah di condividerlo. «Io..»

«Non dirlo nemmeno.» Ingiunse ineffabilmente seria Dinah, riducendo le carezze ad un dito intransigente. «Non scusarti mai, mai, per come decidi di affrontare la sofferenza. Mai. Però affrontala.» Forse Camila non glielo aveva mai detto, ma anche adesso che le impartiva una lezione con indelebile austerità, si riteneva fortunata ad avere un esempio come lei accanto. Dinah aveva perso ciò che ora a lei toglieva l'aria e ancora respirava. Solo per questo riuscì a convincersi che inalare era la scelta migliore per ringraziarla.

Lentamente l'inspirazione eguagliò l'espirazione. Camila annuì quando si sentì abbastanza sicura di sé stessa per non abbisognare il sostegno fisico dell'amica per staccarsi dal muro. Lanciò indietro la testa orientando lo sguardo verso l'alto, anche per questo fu difficile comprendere se la domanda fosse indirizzata a Dinah o al cielo. «Ma com'è possibile?»

«A volte il destino è più crudele di Shonda Rhimes.» Non fu una voce superiore a risponderle, ma le parole di Dinah erano indubbiamente la verità.

Camila la guardò accennando un sorriso riconoscente e autentico. «A volte la vita è anche peggio di Grey's Anatomy.» Rispose, ma l'amica invece di ridere sgranò gli occhi.

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