𝑳𝒂𝒏𝒂
Fumo e acqua hanno una cosa che li accomuna: la loro capacità di appropriarsi degli spazi. Si espandono a disperdersi fino a quando di loro non resta che la vaga umidità.
I virus si comportano allo stesso modo, entrano nella cellula che sono ancora quiescenti; ridotti a miseri componenti essenziali, hanno un cuore fatto di materiale nucleico e un involucro che li protegge dalla corrosività del mondo che li circonda fino a quando non riescono a trovare un posto in cui restare. Un posto in cui aprirsi e vivere.
Ma i virus fanno di più... una volta dentro iniziano una danza di passi sempre uguali, si spogliano della loro corazza e si prendono il diritto di sentirsi liberi nella sicurezza data dalla cellula ospite, come un feto nell'utero materno. Silenziosi legano i loro geni ai nostri, si confondono nel nostro DNA e si mascherano, ingannando la nostra cellula e rendendola una macchina pronta a sputare fuori nuovi virioni, con l'intento di continuare a espandere la loro natura rarefatta, infettando ogni tessuto favorevole, abitando ogni casa calorosa e appropriandosi dell'identità insita di ogni cellula.
Seth era come un virus. Un parassita fatto di pochi elementi essenziali, che per sopravvivere aveva bisogno di annidarsi nel mondo di qualcun altro e riempirlo con la sua tossina. E lui era nella mia vita da un mese e mezzo, ma già riuscivo a soffrire dei sintomi della sua presenza.
Forse avrei dovuto presagire dal modo in cui pesasse sul mio umore che qualsiasi cosa ci fosse tra me e lui andava sradicata tempestivamente, che i miei capillari sottili avrebbero potuto rompersi sotto il flusso violento che la sua sola presenza esercitava su di me e magari sarebbe anche bastato interrompere quel gioco di fiamme, credendo che scottandoci a vicenda uno dei due sarebbe rimasto incenerito. Io e lui eravamo fatti della stessa materia del fuoco ardente e ancora non capivamo che più ci stuzzicavamo, più le cose intorno a noi prendevano a bruciare.
La mattina seguente, dopo aver riposato per un paio d'ore in uno degli sgabuzzini pieni di materiale medico, con l'intento di non incontrare più nessuno per il resto della notte, riattaccai a lavoro a un orario decente subito dopo aver fatto colazione, convinta ancora che sarei tornata a casa per l'ora di pranzo.
Così avevo aiutato Brooke ad alzarsi dal letto quella mattina della seconda metà di novembre, dove le infermiere avevano già iniziato a riempire le sale d'aspetto di decorazioni natalizie e a raccogliere le letterine per Babbo Natale dei piccoli pazienti ricoverati.
«Oggi stai una favola», gli occhi verdi di Brooke mi puntarono al di sotto delle sue ciglia lunghe, mentre incuriosita mi esaminava attentamente. C'era un pizzico di malizia a contornarle l'espressione.
Non stavo affatto una favola, per niente. Mi ero specchiata dopo essermi data una ripulita nei bagni degli spogliatoi e avevo notato con dispiacere due grosse occhiaie incavarmi gli occhi e i capelli che seppur puliti, erano troppo disordinati. Però c'era forse qualcosa in me, una sensazione credo, uno strano equilibrio tra soddisfazione e rilassamento dei nervi, dovuta all'immagine che aveva preso forma nella mia testa dalla nottata appena trascorsa.
E quest'immagine comprendeva il dottor Murdock intento a tornare in reparto con i pantaloni indecentemente troppo stretti per un pediatra.
Attesi che Brooke ritrovasse il suo equilibrio, anche con quel pancione che pareva le stava per scoppiare, e per allora mi decisi a risponderle. «Tu invece per niente», la presi in giro, guardandola alzare gli occhi al cielo mente mi scimmiottava in seguito come una bambina. In realtà lei era sempre raggiante, mi chiedevo come ne fosse in grado dal momento che era ormai rinchiusa in quel posto da giorni.
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Chemical Hearts
Romance"Io ero un cuore selvaggio e lui era le costole che mi proteggevano, ma allo stesso tempo mi imprigionavano. Lui era ciò che più era capace di tenermi al sicuro, ma gli sarebbe bastato spezzarsi per trafiggermi." • VINCITORE WATTYS 2022 DISPONIBILE...
