38. Il lieto fine e la bestia

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𝑳𝒂𝒏𝒂

Anche se non fossimo state insieme, anche se distanti anni luce l'una dall'altra, sarei stata capace di riconoscere il suo profumo in una galassia di odori tutti differenti. Effy sapeva di caldo, la sua pelle profumava di vita pura e un retrogusto di rose fiorenti le vibrava attorno come una cascata di petali fantasmi.

In quel momento, nell'osservare May Kellen negli occhi, non riuscii a fare a meno di pensare a cosa si provasse all'idea che tutte quelle piccole cose di Effy che amavo custodire con me quando eravamo lontane, con la speranza che ci saremmo riviste, sarebbero invece potute svanire con il tempo senza mai più avere un riscontro reale.

La donna aveva richiamato dolcemente Noah a sé e lo aveva invitato a sedersi al suo fianco, di fronte a me e Seth, e osservare quel bambino ridotto al semplice consenso obbligato mi fece realizzare allo stesso tempo quanto tutto di quella situazione fosse sbagliato.

Ripensando a come avevo agito impulsivamente quella notte, non riuscivo a fare a meno di percepire i sensi di colpa colarmi addosso come un secchio di vernice. Quella donna, di fronte a me, era spezzata a metà e tutto ciò che le era rimasto a tenere unite le sue due parti era il povero bambino che inconsapevolmente avevo salvato, ma anche condannato.

Stringere la mano di Seth contro la mia coscia mi permise però di non lasciarmi sopraffare dalle emozioni, così mi appigliai con una certa parsimonia a quel dorso venoso e a quelle falangi longilinee. Incrociai le mie dita alle sue e sperai che restare ancorati l'uno all'altra sarebbe bastato per non far finire la situazione tragicamente, non avevo la più pallida idea di come saremmo potuti uscire di lì e se lo avremmo mai fatto da vivi, ma in quel momento la mia unica priorità era Noah. Non potevo abbandonarlo, non di nuovo.

May lasciò scorrere la pistola sul tavolo e la lasciò in bella vista di fronte a sé, tenendola in modo leggero con una mano, solo nel caso in cui le fosse tornata utile. Ripensai automaticamente alla chiamata a cui non avevo risposto, consapevole che probabilmente si trattava di Declan e che forse tutto ciò che ci restava da fare era prendere tempo affinché potesse avvertire Genesis nella speranza che a sua volta avrebbe potuto venire in nostro aiuto.

Seth doveva essere del mio stesso parere, perché solo allora si decise a parlare con l'intento di intavolare una conversazione. «Non so quale idea si sia fatta di noi, signora Kellen, ma le assicuro che non siamo qui per creare problemi.»

«Sì, anche loro mi avevano detto così», rispose piccata la donna, osservando sia me che Seth con uno sguardo velato di malinconia.

A quel punto, sapevo che c'erano poche cose da fare se non indagare ulteriormente. Così mi sporsi leggermente in avanti e con audacia, nonostante sentissi il terrore di quella pistola ancora troppo vivido dentro di me per non avere del tutto paura, tentai di approfondire la questione. «Loro chi?» le chiesi con gentilezza, sperando di riuscire a farla parlare ulteriormente.

Quando prese a parlare, sperai solo che Noah potesse non comprendere nulla di quelle parole, ma dal modo in cui rimase silenziosamente con lo sguardo rivolto verso il basso, consapevole di non avere diritto di parola, compresi che avrebbe custodito con sé quelle parole per tutta la sua vita. «Gli uomini che hanno preso il mio bambino», disse sprezzante, improvvisamente May si era trasformata in una persona totalmente diversa, il risentimento si esprimeva sul suo volto senza limiti di nervi facciali e nonostante questo ero certa che stesse soffrendo più di quanto riuscisse a dare a vedere.

«Cosa vuol dire che hanno preso George? Dove lo hanno portato?» domandò ancora Seth. «Si ricorda chi fossero queste persone?» probabilmente cercava semplicemente una conferma a quelle che erano state le mie supposizioni e che si erano fatte spazio dentro di lui allo stesso modo, ma il modo in cui May esplose mi fece comprendere che per lei dovesse essere ancora più difficile di quanto potesse sembrarci.

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