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16. Paura

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𝑳𝒂𝒏𝒂

Brighton aveva il profumo del sole acerbo invernale e sapeva di salsedine insidiosa, che si annidava anche nei recettori sensoriali più intolleranti e inibiva ogni sensazione negativa come un farmaco antinfiammatorio.

La mattina seguente al mio arrivo in hotel fu lo stridio dei gabbiani a svegliarmi, ma quando spalancai le tende per poter osservare le strade già gremite di persone, tra uno sbadiglio e un saltellare sui miei piedi spogli per via del pavimento freddo, mi meravigliai nell'osservare la strana aria natalizia che un posto tanto estivo potesse emanare. Le luci appese ai balconi e intorno alle entrate dei negozi erano già state accese e il freddo che vibrava tra quelle stradine sembrava gelarsi al di sopra dei tetti e sfumare in una nebbia di pieno inverno.

Mi decisi così a prepararmi e a dare il via a quella giornata da cui non avrei saputo bene cosa aspettarmi, ma improvvisamente era come se tutti gli eventi negativi che nei precedenti giorni avevano imbrattato la mia vita come una tela variopinta, iniziavano a scemare in un ricordo vivido, ma silenzioso, a cui non avrei potuto lasciare il permesso di gravare sulle mie responsabilità e di fermare qualsiasi cosa stava andando avanti nella mia vita.

Così dopo aver infilato un paio di pantaloni pesanti a sigaretta e delle scarpe da ginnastica, avevo scelto il maglione più caldo che avevo messo in valigia ed ero scesa a fare colazione con una velocità che solitamente mi caratterizzava solo quando ero in ospedale.

C'era però qualcosa in quel posto, a partire dai corridoi immensamente lunghi dell'hotel per terminare con le panoramiche spettacolari che si intravedevano dalle finestre tappezzanti in rari punti delle mura, fatte di un mare leggero e quieto, che mi faceva sentire profondamente rilassata. E anche carica a sopportare un'infinità di ore riguardo il sistema sanitario in Egitto.

Con il pensiero di guardare al futuro e a ciò che mi spettava ancora da affrontare, avevo passato gli ultimi anni sempre sul punto di guardare in avanti e quel posto così sereno, quasi fuori dal mondo con la sua atmosfera rarefatta di temporalità, mi faceva sentire ferma, ma non bloccata come avrei probabilmente percepito la mia persona in un qualsiasi altro luogo, semplicemente ferma a respirare, con i piedi per terra e il cuore leggero.

Non avevo mai pensato che viaggiare, anche se di poco, potesse liberare in me una sensazione così profonda. Mi sentivo come se finalmente mi stavo avvicinando a quella cosa che inspiegabilmente non sapevo cos'era, ma che cercavo da tutta la vita.

Dovevo ammettere che c'erano tanti pensieri che mi vorticavano ancora per la testa, immagini a intermittenza che mi ricordavano tutte le situazioni compromettenti in cui io stessa mi ero ritrovata e magari erano solo ancora sensi di colpa, ma il mio cuore era rimasto segnato con alcune piccole e iniziali cicatrici da tutto ciò che la paura mi aveva già portata a fare.

Perché alla fine che cos'è, se non la paura, che muove le nostre azioni?

Avevo ormai smesso di avere paura delle cose da un bel po', la mia vita era stata così vivace che avevo perso il punto della questione. È questo che succede quando ti metti in testa un solo punto di riferimento, un solo obiettivo, e ne fai la ragione della tua esistenza. Ma che medico avrei mai potuto essere se non avessi fatto del mio lavoro la mia unica ragione di vita?

È questo che significa essere medico, annullarsi, a volte, perdere la capacità di comprendere che ciò che ferisce gli altri potrebbe arrivare anche a noi, imparare a chiedersi se non sia sbagliato dare per scontato che il nostro modo di giocare con la vita ci dia un qualche super potere.

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