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14. Effetto farfalla

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𝑳𝒂𝒏𝒂

Non c'erano più colori in quel buio e vuoto corridoio spento, l'unica sfumatura rimasta che definiva ancora il silenzio era quella della pioggia battente che si scagliava violenta contro il tetto. E lì, in quell'ultimo piano abbandonato dell'ospedale, dove quasi nessuno aveva accesso, ero certa che non ci fosse nulla in cui essere sinceramente fiduciosi e certi nella vita.

Il dolore si mischiava ancora a ogni mia funzione vitale, i passi lenti seguaci di quelli di Seth erano appesantiti dai sensi di colpa e la realtà pressante del significato profondo che la vita aveva per me tornava intransigente a ogni metro che facevo a ricordarmi quanto banale fossimo in un attimo di stelle.

Seth invece compiva i suoi passi con una leggerezza smisurata, la pianta dei suoi piedi si muoveva agile sulle mattonelle bianche e le mani infilate nelle tasche dei suoi pantaloni gli alzavano le spalle ampie a ogni movimento. Lui era attraente anche visto da dietro e con le ali di angelo della morte che gli sbilanciavano la camminata, era il terrore personificato, ma anche la pazienza, l'autocontrollo. Restava sempre disumanamente imperturbabile, anche in quel momento di tristezza e solitudine, dove chiunque sarebbe uscito scalfito dalla sofferenza causata dall'ingiustizia. In quel momento mi chiesi se la ragione per cui certe temibili cose non lo sfiorassero minimamente non fosse il fatto che ne avesse vissute di peggiori.

«La metteremo in uso per l'anno nuovo, al momento però è già tutto pronto», sussurrò, quasi timoroso che potesse sovrastare il ticchettare della pioggia. Si bloccò poi di fronte a una porta e tirò fuori un mazzo di chiavi.

Rimasi in disparte a guardare mentre faceva scattare la serratura e apriva la porta, spalancandola e facendosi poi da parte per permettermi di passare. Allora io, che non sapevo nemmeno quanto potessi essere al sicuro sola con un uomo del genere, non riuscii a tirarmi indietro e cavalcai con voracità l'entrata di quella camera.

Accese la luce e poi si richiuse la porta alle sue spalle, ma non badai attenzione al movimento fluido delle sue dita intorno alle chiavi o a quello delle sue braccia statuarie, perché il mio sguardo giunse ad ammirare l'immensità di quel posto ancora nascosto al resto del mondo. Era evidente che nessuno ci fosse mai entrato, le pareti pitturate erano ancora perfettamente intatte e la vetrata su cui affacciavano i lavandini era sporca di polvere e di impronte.

Osservai la piccola sala di lavaggio molto simile a quelle delle altre sale operatorie dell'ospedale, ma più rifinita e nuova, l'odore acre di pittura mi pizzicava il naso e mi ritrovai così a tirare su per una ragione diversa dalle lacrime, ma poi dovetti fermare il dirompente vaneggiare delle mie iridi, perché Seth accese un'altra luce alle mie spalle e la vetrata si illuminò d'un colpo, permettendomi di guardare la maestosità di quell'immensa sala operatoria.

«Ne ho fatte fare tre, sono appositamente per il reparto di pediatria.» Lo disse con una nota di orgoglio, come se ne andasse estremamente fiero, ma non voleva lasciarlo vedere. «Sono ancora tutte da pulire e da sistemare, ma conto che potranno essere usate per l'anno nuovo. Vieni, ti faccio vedere», mi esortò poi, agganciando le dita alla maniglia della porta scorrevole a vetri e permettendomi il passaggio verso l'enorme stanza.

Rimasi in silenzio, incapace di parlare, mentre in preda allo stupore lasciavo andare il mio cappotto e la mia borsa per terra, per potermi muovere più liberamente in quello spazio immenso. Seth fece lo stesso, ma rimase in un angolo a osservare la mia espressione meravigliata. Non mi domandai la ragione per cui mi aveva portata lì, né come questo avrebbe dovuto farmi sentire meglio, eppure, nonostante il dolore straziante che ancora mi logorava i pensieri, il mio petto si fece più leggero e i miei occhi si persero di nuovo a guardare l'attrezzatura all'avanguardia e il tavolo in acciaio posto al centro della camera.

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