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17. Biancaneve

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C'è un tempo per ogni cosa; e tu devi stare attenta a questa tua predisposizione per le mele verdi.
Possono essere dolci o aspre, novelle o precoci, ma sarebbe ora che imparassi ad aspettare la stagione del raccolto.

𝑳𝒂𝒏𝒂

Non ero mai stata una bambina capace di accettare le sconfitte, soprattutto se perdere significava rinunciare ai miei desideri più profondi. Avevo probabilmente litigato con i miei coetanei per le ragioni più futili, fin da quando ancora non sapevo elencare la tavola periodica a memoria, ma diventare medico per me era sempre andato oltre ogni qualsiasi altra cosa.

Era come se fossi nata prima medico e poi persona, non c'era mai stato alcun dubbio a prendermi alla sprovvista, avevo da sempre saputo di voler fare medicina; magari c'era stato un tempo in cui non lo comprendevo, ma era rimasta una cosa da sempre insita nelle mie azioni. Di certo una bambina di otto anni non avrebbe mai potuto scegliere cosa farne del suo futuro e io non ci pensavo nemmeno a quell'età a quello che avrei voluto essere da grande, ma capitava quando mi facevo male cadendo dall'altalena impiantata nel giardino dei miei nonni o rincorrendo il cane dei miei vicini di casa quando abitavo ancora in Cornovaglia, che per me medicarmi la ferita da sola fosse una cosa a cui non avrei mai potuto rinunciare. Anche quando era mia mamma a tagliarsi un dito mentre preparava la cena, mi piaceva che lei mi permettesse di correre in bagno e raccogliere tutto il materiale necessario per chiudere la ferita, disinfettare con l'ovatta soffice e osservare il pizzicare della pelle aperta mentre iniziava il processo di guarigione.

Crescendo però le idee avevano iniziato a farsi più chiare; a tredici anni avevo comprato una collezione messa in vendita da un giornale per montare il modellino di uno scheletro, mio padre, anche quando faceva la notte, si fermava in edicola per comprare la nuova uscita e io avevo atteso ogni settimana per dieci settimane di poter completare il mio scheletro personale, imparando con una certa dimestichezza tutte le informazioni riguardanti ogni singolo pezzo di plastica. Dovevo ammettere che avere uno scheletro in camera da letto non aiutava il sonno, a volte, ma mi aveva insegnato a comprendere del corpo umano più di quanto una normale bambina di tredici anni avrebbe mai potuto imparare dalla scuola.

Poi lo scheletro in plastica era diventato più basso di me e il liceo aveva iniziato a distrarmi o meglio, i ragazzi lo avevano fatto, ma probabilmente era stata la mia conoscenza anatomica a permettermi di capire tante cose prima riguardo gli uomini rispetto alle mie coetanee. Eppure non ero mai stata una di quelle adolescenti che sgattaiola via la notte o che perde la verginità a un'età esageratamente immatura, la mia prima volta era stata speciale, così come ogni ragazzo che avevo avuto fino alla mia iscrizione all'università, e non avevo mai dato per scontato il mio corpo, neanche dopo tutti quegli anni, e questa era una cosa che non sarebbe mai cambiata.

Non avevo mai saputo quali erano state le risposte errate che avevo segnato al test di ingresso per medicina, non mi era mai stato concesso saperlo e la consapevolezza che fossi giunta a quel momento senza essermi realmente mai messa sui libri mi aveva automaticamente fatto credere che non ci fosse alcuna ragione per cui non avrei dovuto meritarmi l'esito negativo che poi era stato. Solo che poi era successo che senza nemmeno accorgermene mi ero invaghita di un professore dell'università e il resto era successo senza che avessi nemmeno avuto l'opportunità di rendermene realmente conto.

Avrei potuto dare la colpa alla mia ingenuità, al fatto che fossi giovane e impaurita e facilmente condizionabile, ma per me era stato più di questo. Entrare a medicina era stato solo un effetto collaterale delle mie azioni.

In quel momento, gli occhi fulgidi di Seth si aprirono come un riflettore su di me. Le sue iridi brillanti si sciolsero sotto il mio sguardo greve e rimasi fissa a guardare la sua espressione sbigottita, una miscela di comprimente colpa e rimpianti. Il suo volto era un fracasso di allusioni e il giudizio loquace che traspariva dalle contrazioni facciali lo rendevano semplicemente ancora più inquietante di quanto già non fosse. Ma io non avevo paura di Seth, c'erano cose per cui ero ancora troppo sensibile per poter incanalare i miei timori anche su di lui.

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