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45. Follia

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𝑺𝒆𝒕𝒉

La luce che mi soffocò gli occhi non appena riuscii ad aprire le palpebre mi causò all'istante un mal di testa infernale, puntiglioso e intenso, capace di stordirmi più di quanto non fossi già di mio.

Ma non appena riaprii gli occhi, l'infermiera intenta a sistemare i macchinari posti intorno a me, si preoccupò di rassicurarmi con voce soave, suggerendomi che avrebbe presto chiamato il medico.

Le ore successive furono persino più infernali del mio risveglio, non appena il dottor Denvers entrò nella stanza per controllare i miei valori e per raccontarmi cosa mi fosse successo, mi resi conto di essere ancora vivo e vigile per miracolo.

O forse sarebbe più giusto dire perché qualcuno si era impegnato per tenermi in vita, dal momento che non ero mai stato particolarmente incline a credere che i miracoli potessero esistere. Forse era lei il miracolo, forse era lei l'unica cosa in cui avrei sempre creduto.

Non mi fu concesso ricevere visite all'inizio, per le prime ore Alex Denvers ritenne che fosse meglio per me restare sotto sorveglianza e aveva ordinato di non far entrare nessuno a parte infermiere e medici.

E comprendevo perfettamente le ragioni mediche dietro quella richiesta, capivo che il reparto di terapia intensiva non fosse adatto alle richieste di affetto che necessitavo, ma speravo comunque di non dover restare solo troppo a lungo.

Infatti, nonostante per i primi quarantacinque minuti feci fatica persino ad aprire bocca per comunicare con il mio medico e i miei infermieri, non appena fui aiutato a riprendere funzione del mio corpo, mi resi conto che restare rinchiuso in quella stanza troppo a lungo non avrebbe fatto altro che farmi uscire pazzo.

Seguii alla lettera tutti gli ordini che mi vennero impartiti per rimettermi all'istante, una flebo di minerali era ancora attaccata al mio braccio e se ripensavo all'ultima volta che mi ero ritrovato in una situazione simile non potevo fare a meno di rendermi conto di quante cose fossero successe da quel momento.

La giornata procedette più o meno serenamente, consapevole che non avrei avuto modo di vedere nessuno fino al giorno successivo mi chiesi se almeno mia madre e Lana fossero consapevoli che stessi bene e che qualsiasi cosa avessero fatto per farmi riprendere fosse andata a buon fine.

Cercai di rassegnarmi a questa tortura, ma c'era qualcosa dentro di me che non riusciva affatto a farmi stare calmo. Come se mi aspettassi che Lana avrebbe sicuramente messo il mondo sottosopra pur di raggiungermi e il fatto che in quel tardo pomeriggio lei ancora non avesse trovato un modo mi faceva indubbiamente credere che ci fosse qualcosa che non andava.

Rimasi con questo piccolo tarlo nella testa fino a quando non calò la sera e dopo l'ora di cena un'infermiera entrò nella mia stanza, non le diedi subito attenzioni in quanto immaginai fosse passata a prendere il vassoio vuoto delle poche cose che mi era concesso mangiare, ma quando invece di afferrarlo e defilarsi, l'infermiera si sedette sulla sedia posta al fianco del letto, a quel punto la mia concentrazione fu completamente su di lei.

E lasciate che lo dica, non ci fu nemmeno bisogno che si spogliasse della mascherina e della cuffietta che le copriva i capelli, mi era bastato guardarla negli occhi per osservare due lapislazzuli inconfutabili.

Un marasma di allegria mi travolse il corpo, a farglielo notare fu il monitor attaccato al mio petto che registrò un battito più accelerato del solito.

«Va bene, calmiamoci dottore», si lasciò sfuggire una risata, mentre nel togliersi la mascherina e la cuffietta sulla sua testa liberava insieme ai lunghi capelli corvini la sua identità. «Immagino tu sia felice di vedermi.»

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