CAPITOLO 26

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Sono passati otto giorni dall'aborto. Non sto bene, credo di essere ancora sotto shock. Rannicchiata nel letto della stanza degli ospiti, mi sento come se un tram mi avesse investita in pieno. Faccio fatica a dormire, sento continuamente il pianto di un neonato rimbombarmi nelle orecchie. Ma non riesco a piangere. So che dovrei sfogarmi, buttare fuori tutto il dolore che provo, ma non ce la faccio.

Non volevo un figlio adesso. Soprattutto, non dopo quello che mi ha detto Elijah. Ho sempre cercato di non saltare la pillola, ma deve comunque essere andato storto qualcosa. Non avevo sintomi, a parte qualche capogiro ogni tanto, ma credevo fossero dovuti allo stress. Il mio ciclo è sempre stato piuttosto irregolare, quindi non mi sono mai preoccupata di un ritardo o altro.

E adesso il mio bambino è morto.

Embrione. Così è stato definito. Che parola orribile. Sembra il nome di qualche esperimento da laboratorio. Ma non era già un figlio a tutti gli effetti? Viveva dentro di me, senza che lo sapessi e gli ho fatto del male.

L'ho ucciso.

Le parole della dottoressa, dopo avermi detto dell'aborto, sono state: "Non c'è battito". Ecco, da lì è iniziato un dolore sordo al centro del petto. Una sensazione di vuoto che non mi abbandona. Il raschiamento in sé non è stato doloroso. È il dopo a fare male. La consapevolezza che il mio bambino non nascerà mai, che non lo stringerò mai tra le braccia. Se l'avessi saputo, l'avrei cresciuto anche da sola. Non mi sarei fatta troppi problemi. Il lavoro avrebbe potuto aspettare, perché lui, o lei, sarebbe stato più importante di qualunque altra cosa.

Il fatto è che, adesso, mi sento come una fotocamera inceppata. Continuo a premere il pulsante dello scatto, ma non funziona. Tutto ciò che viene fuori, è un'immagine nera.

- Lena? - la voce di Elijah mi costringe a chiudere gli occhi. Non l'ho neanche sentito entrare. Sono tornata a Miami, ma non con lui. Dormo in questa stanza degli ospiti, esco il più possibile e, quando torno, mi rinchiudo qui dentro a lasciarmi consumare lentamente dal dolore. Sento le sue dita tra i capelli e vorrei solo allontanarle. - Che ti succede, amore mio? - bisbiglia.

Amore mio. Certo, crede che sentirmelo dire possa farmi sentire meglio. Non è così che funziona. Non sa quello che provo. Non sa quello che è successo davvero. Ho chiesto alla dottoressa di non dire nulla, di inventarsi una scusa. Gli ha detto che ho avuto una piccola emorragia dovuta al flusso abbondante del ciclo. Ora si preoccupa per me, cerca continuamente un contatto, ma non lo voglio. Non voglio nessuno. Chiedo solo di essere lasciata in pace.

Spesso, nel cuore della notte, viene qui, si siede sul bordo del letto e mi accarezza i capelli. Non so se lo faccia perché, in qualche modo, si sente in colpa oppure perché è in astinenza e il contatto con me è in grado di aiutarlo. Non so più che pensare.

Ma la verità è che vorrei perdermi tra le sue braccia, anche se continuo a negarlo.

- Da quando mi conosci, non hai fatto altro che soffrire. - sussurra ancora. - Non meriti tutto questo. - sento la sua voce spezzarsi e sono tentata di aprire gli occhi e stringerlo contro di me. Ma non lo faccio. Non ne ho la forza, adesso. - Quando avrò sistemato le cose con Emily, ti prometto che tornerai alla tua vita. Non sentirai più parlare di me e sarai di nuovo felice. -

Il suo peso lascia il letto e sento improvvisamente freddo. Come una folata di vento gelido. Ho i brividi e sussulto, quando chiude la porta dietro di sé.

Riapro gli occhi. La stanza è di nuovo silenziosa.

Tutti i muscoli del mio corpo sono tesi e doloranti, perciò mi chiudo in bagno e lascio che la vasca si riempia di acqua calda. Mi siedo, con le gambe appoggiate al petto e schiaccio la fronte contro le ginocchia. La pelle mi brucia, ma sono sempre stata abituata a scacciare il dolore con altro dolore. Quando è morta Lara, ho iniziato a fare boxe. Colpivo il sacco fino a farmi sanguinare le nocche, ma se mi ritrovavo ad affrontare un avversario in carne e ossa, lasciavo che mi stendesse, perché avevo bisogno di quel dolore fisico. Più mi faceva male e più mi sentivo bene.

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