Capitolo 11

38.9K 1.2K 148
                                        

VI RICORDO DI RIEMPIRE LA STELLINA IN BASSO

PRIMA DELLA LETTURA PER SUPPORTARE LA STORIA

GRAZIE DI 🤍 A CHI LO FA

GRAZIE DI 🤍 A CHI LO FA

Oops! Questa immagine non segue le nostre linee guida sui contenuti. Per continuare la pubblicazione, provare a rimuoverlo o caricare un altro.




Axel

Le ventuno in punto.

Le lancette del mio orologio un- Rolex Datejust, in acciaio e con quadrante nero- si allineano perfettamente. Precise. Taglienti. Come me. Osservo la sua casa a qualche metro di distanza, le finestre sono illuminate e ricoperte dalle tende che si muovono appena, come se qualcuno stesse passando lì dietro.

Lei è li.

Lo so.

Potrei scendere dalla mia moto, recarmi fuori la sua porta d'ingresso ed attaccarmi al campanello. Potrei ma non lo faccio. Non mi va di scoprire già le mie carte con il coglione di suo padre.

Mi scappa un sorriso amaro. Con il bacio di ieri mi sono illuso che sarebbe venuta. Invece no, non ha avuto nemmeno la decenza di presentarsi, anche solo per dirmi di no, guardandomi però in faccia. Il messaggio è stato volutamente ignorato, lo so.

E allora perché continuo a starmene qui immobile, con lo sguardo fisso sul marciapiede vuoto davanti a me?

Il ticchettio delle lancette mi martella le tempie. Non è forte, no. È sottile, come una goccia d'acqua che cade sempre nello stesso punto, finché non ti scava il cranio.

Aspettare qualcuno è una forma raffinata di tortura, aspettare lei lo è ancora di più.

Chi ti credi di essere, ragazzina?

Vuoi farmi credere di essere diversa dalle altre? Solo perché ti sei tirata indietro?

Ingenua.

Faccio scivolare le mani in tasca, inclino appena il capo pensieroso. È buffo, sono venuto fin qui, ho calcolato ogni mossa, ogni parola per fingere di essere il ragazzo giusto al momento giusto. Invece mi ritrovo come un idiota ad aspettare lei che mi ignora deliberatamente.

Gliel'avevo detto, io odio aspettare.

E c'è una cosa che odio di più dei ritardatari...il fatto di sentirmi messo da parte.

E ora più di qualsiasi altra cosa, odio lei. Che crede di potermi mettere in un angolino, e prendersi gioco di me.

Ti sbagli alla grande stellina...

Mi passo una mano sulla mascella, tesa. Il vento leggero mi sfiora appena la pelle, e ad ogni secondo che passa sento l'irritazione insinuarsi, appuntita come una lama.

Lancio un'ultima occhiata all'orologio- le ventuno e venti minuti- le finestre sono sempre chiuse, e le luci sempre accese.

Basta così.

Due anime caduteDove le storie prendono vita. Scoprilo ora