Capitolo 12

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VI RICORDO DI RIEMPIRE LA STELLINA IN BASSO

PER SUPPORTARE LA STORIA.

GRAZIE DI 🤍 A CHI LO FA.

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Stella

Non mi sono presentata.

Non sono andata all'appuntamento. E non perché abbia avuto paura di lui. Ma perché ho avuto paura di me stessa.

L'ho capito subito, a quella festa. Io Stella Smith —la ragazza che da sempre sogna il principe azzurro e l'amore vero come quello descritto nei libri o rappresentato nelle commedie romantiche—

ho lasciato che quel farabutto mi baciasse. Nonostante l'abbia visto amoreggiare con un'altra prima di me.

E la colpa non è sua. No, assolutamente. La colpa è solo mia. Ho ceduto, non ho saputo fermarmi. Il perché? Ancora non lo so. O meglio voglio ignorare la risposta chiara come il sole.

Quando sono con lui, il mio cervello smette di collaborare. Magicamente non penso. Non valuto. Non decido. Mi sciolgo e basta. E questo mi spaventa più di qualunque cosa.

Così non sono andata. Non ho risposto al suo messaggio. Mi sono ordinata di non spiarlo dalla finestra, e ho finto che la sua presenza fuori casa mia, non avesse nessun effetto sul mio organo pulsante, che vibra sotto la gabbia toracica, non appena la mia mente riproduce l'immagine del suo sorriso sfrontato, dei suoi occhi scuri e ipnotici, delle sue labbra perfette, morbide e così belle da baciare...

No, no e ancora no...

Mi schiaffeggio mentalmente, e continuo a percorrere il lungo corridoio dell'università. Mi sforzo di tener occupata la mente, osservando l'ambiente a me circostante. Pareti color cenere, una luce al neon che sfarfalla come un respiro morente. Aumento i passi per raggiungere l'aula di sociologia quando ad un tratto lo sento.

Una mano si posa sul polso, mi afferra con decisione. Mi volto di scatto e lo vedo: occhi scuri, mandibola serrata, e quella solita espressione da "tutto mi è dovuto".

«Ehi, lasciami subito» protesto, ma non faccio in tempo a dire altro. Mi trascina con sé verso una porta laterale, nel frattempo mi sbraccio, cerco di sfuggire dalla sua presa forte, ma ci ritroviamo in uno stanzino dove ci sono le attrezzature tecniche, e prima che io possa dire qualsiasi cosa, o pensare di oppormi, la porta si chiude alle nostre spalle, con un clic secco.

L'odore in questa stanza è diverso. C'è polvere, umidità e vecchi strumenti in metallo. La luce entra appena da una grata in alto. Ed è tutto troppo stretto, troppo vicino.

«Che cazzo ti prende?» sibila. Il suo sguardo, illuminato da un raggio di sole che filtra dalla grata, è fuoco scuro, acceso da una rabbia che non mi aspettavo di vedere. Aggrotto la fronte, e socchiudo le palpebre quando dal nulla accende la torcia del suo iPhone per illuminarci. «Perché non ti sei presentata ieri sera?»

Due anime caduteDove le storie prendono vita. Scoprilo ora