Trentotto

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Le luci del campo si spegnevano lentamente, lasciando dietro di sé l'energia vibrante della vittoria, ma anche un vuoto che si faceva sempre più grande dentro di Andrea. Camminava verso gli spogliatoi con la fascia da capitano ancora stretta al braccio, il cuore che batteva forte, non solo per lo sforzo fisico della partita, ma per tutto ciò che portava dentro. Ogni calcio, ogni corsa sul campo era stato un modo per sfogare la rabbia, il dolore e la frustrazione che sentiva da settimane, ma ora che la partita era finita, quel peso sembrava tornare, più opprimente di prima.

Il rumore dei compagni di squadra che festeggiavano riempiva l'aria, ma Andrea se ne sentiva distante, come se fosse in una bolla separata. Federico, che lo aveva osservato durante tutta la partita, lo seguiva da lontano. Aveva visto la rabbia e la determinazione che avevano spinto Andrea a giocare, ma sapeva che quella grinta nascondeva qualcosa di più profondo. Qualcosa che Andrea stava cercando di non affrontare.

Quando entrarono negli spogliatoi, Federico si tolse la maglia, gettandola su una panca, mentre osservava il compagno di squadra. Andrea stava ancora cercando di riprendersi dalla fatica, seduto in silenzio. L'energia della vittoria sembrava non toccarlo. Federico si avvicinò a lui e si sedette accanto, cercando il momento giusto per parlare.

«Hai giocato come un dannato oggi» disse Federico, cercando di rompere il ghiaccio con un tono leggero, ma attento.

Andrea annuì distrattamente. «Avevamo bisogno di vincere. Ho fatto quello che dovevo» rispose, la voce era piatta, quasi priva di emozione. Ogni parola era carica di stanchezza, ma non quella fisica. Era una stanchezza emotiva, una stanchezza che non andava via nemmeno dopo una vittoria importante.

Federico, però, non si lasciò ingannare. «Non è solo per la vittoria» ribatté, guardando l'amico. «Sembrava che stessi lottando contro qualcosa di più grande, qualcosa dentro di te. Cos'è che ti tormenta Fratè?»

Andrea rimase in silenzio per un momento, incapace di sostenere lo sguardo di Federico. Sentiva che, a un certo punto, avrebbe dovuto affrontare la verità, ma quel momento gli sembrava sempre troppo doloroso. Finalmente, dopo un lungo respiro, si arrese alla realtà che cercava di evitare da settimane. «Io e Bea ci siamo lasciati» disse infine, con una voce bassa, quasi rassegnata.

Federico lo guardò con sincera empatia. Sapeva che quella confessione doveva costargli molto. «Mi dispiace» disse, mettendo una mano sulla spalla di Andrea. «Non ne avevi parlato. Dev'essere stato difficile.»

Andrea si passò una mano tra i capelli, cercando di liberarsi di quella tensione che lo attanagliava. «Non c'era molto da dire, la distanza ha avuto la meglio su di noi. All'inizio ci sembrava di poterla gestire, ci parlavamo ogni giorno, ma poi, piano piano, ci siamo allontanati sempre di più. Era come se ogni parola che dicevamo ci separasse ancora di più, parlare era diventato una fatica, un obbligo. Alla fine, ci siamo arresi.»

Federico lo ascoltava in silenzio, cercando di comprendere davvero quanto Andrea stesse soffrendo. Anche se lui stesso aveva vissuto momenti difficili con Greta, sapeva che ogni relazione ha le sue dinamiche, i suoi dolori unici. «Senti, Andre, le relazioni non sono mai facili» iniziò, cercando di usare le parole giuste. «Anche io e Greta abbiamo avuto momenti difficili, momenti in cui sembrava che tutto potesse crollare da un momento all'altro. Litigavamo, ci allontanavamo, ma abbiamo sempre trovato un modo per resistere. I rapporti veri sono fatti di alti e bassi. A volte sembra tutto perduto, ma non vuol dire che lo sia davvero.»

Andrea sollevò lo sguardo, gli occhi carichi di dubbi e rassegnazione. «Non lo so, Fede. Mi sembra che Bea sia già andata avanti. Ha la sua vita lì, è immersa nel suo mondo, nelle sue cose. E io... io sono qui. Non so nemmeno se c'è ancora spazio per me nella sua vita.»

Andrea Cambiaso- AC27La tua prossima ossessione. Scoprilo ora