... I've found a reason for me
To change who I used to be
A reason to start over new
and the reason is you ...
Misi il cappotto, presi il mio zaino e lasciai le chiavi di casa nella scatola dove le riponevo sempre quando rientravo. Aprii la porta e mi guardai indietro. C'era sul mobile la nostra foto insieme. Quante volte l'avevo vista e le avevo sorriso quando ero solo? Ogni volta che ero rientrato a casa, perché vederla lì, se da una parte aumentava sempre più il mio senso di tristezza e nostalgia, dall'altra era la cosa che mi faceva sentire di più a casa, un'àncora al passato e una speranza per il futuro. La presi in mano la guardai sforzandomi di non piangere ripensando a quei tre maledetti anni che erano, ancora, anche se in modo diverso, la causa di tutto il mio dolore. Riposi la cornice con la parte della foto appoggiata sulla superficie sul mobile per non vederla ancora. In lontananza sulla libreria vedevo sfocate, invece, le foto di lei e mio figlio. Ecco la differenza. Ora erano loro, non eravamo ancora noi, se mai lo saremmo stati.
Chiusi la porta dietro di me cercando di non fare rumore, per non svegliarli. Sarebbe stato tutto più difficile.
Il cafè era particolarmente affollato quella mattina, forse perchè era molto presto ed io di solito non ci andavo mai a quell'ora. Ordinai un caffè e un muffin. Aspettai che il mio ordine fosse pronto e poi mi accomodai su uno dei sgabelli vicino alla vetrina, appoggiando la tazza fumante sul tavolo rotondo davanti a me. Usavo la tazza calda per scaldarmi le mani, roteandola tra i palmi.
L'ultima volta che ero stato lì era stata la mattina del mio rapimento. Sorrisi da solo ripensando a come mi ero fatto fregare come un vero pivello, a quanto i nostri desideri siano capaci di offuscare la ragione, portandoci a credere quello che la nostra mente vorrebbe che fosse, fregandocene se razionalmente sappiamo che quello è impossibile. Avrei tanto voluto rivederla che sono stato anche disposto a credere che lei mi avesse fatto cercare per vedermi perchè aveva bisogno di me, e mi ero anche preoccupato che non avrei fatto in tempo a vederla. Si può essere più stupidi?
Bevvi un sorso di caffè, era bollente e lo sentivo scivolare nel mio corpo lasciando una scia calda. La paura di non fare in tempo a salutarla un'ultima volta: mi venivano i brividi al solo pensiero ancora oggi.
Fuori da lì, nel freddo di quella mattina di febbraio, le persone correvano come sempre, affrettati nelle loro vite. Io invece quel giorno non avevo nessuna fretta di fare niente. Avessi potuto avrei anche smesso di pensare.
Ero uscito di casa senza chiavi, senza macchina, senza cellulare. Avevo prelevato un po' di contanti al bancomat sotto casa, solo per essere sicuro che nelle prossime ore non avrei usato la carta di credito. Volevo stare solo, realmente. Non la solitudine finta, quella che senti dentro di te quando stai in mezzo agli altri ma ti senti escluso. Solo. Io. Con me stesso. E basta.
Ero convinto che quegli anni mi avevano fatto crescere, che tutti gli ultimi avvenimenti mi avevano fatto diventare un uomo più maturo, era anche ora che lo diventassi. Invece mi ero ritrovato per l'ennesima volta a scappare via, quando non riuscivo più a sopportare una situazione. Mi sentivo soffocare e solo andandomene mi sembrava di trovare ossigeno per respirare. Ma respirare non voleva dire stare meglio, voleva dire solo sopravvivere.
In questi mesi avevo imparato a dare tutt'altro senso alla parola vivere. Vivere era dormire abbracciati, stare accoccolati sul divano, mangiare cinese guardando un film rubandoci il cibo a vicenda, mangiare una pizza mordendo ognuno lo spicchio dell'altro, il bacio del buongiorno la mattina, il mio caffè ed il suo tè fumanti sul bancone della cucina, ritrovarsi a camminare mano nella mano come due adolescenti e ridere quando ce ne rendevamo conto. Vivere era anche piangere insieme o ognuno per conto suo mentre l'altro ti asciuga le lacrime, ti dice che andrà tutto bene e ti accarezza i capelli. Vivere era litigare, fare l'amore, ridere, guardarci in silenzio e dirci tutto senza bisogno di parlare.
Poi le ci siamo trovati a piangere di nascosto, litigate erano diventate l'unica via di comunicazione, fare l'amore era solo sesso, le risate erano nervose e imbarazzate e il silenzio era muto. Eravamo sempre noi? Potevamo in pochi giorni essere diventati due estranei conviventi? Aver perso tutto quello che ci aveva sempre unito, anche quando non stavamo insieme?
Sapevo che non l'avrei scoperto scappando e stando da solo, che così le avrei dato solo modo di pensare che in fondo ero l'immaturo di sempre. Però non riuscivo a trovare altra strada se non quella di fuggire da quella casa dove ormai ero un intruso tra Ziva e Nathan, tra la donna che amavo e mio figlio. Per il bene mio ed anche per il loro. Ci avevo pensato tutta la notte e quella era l'unica soluzione praticabile che mi veniva in mente, almeno, fino a quando, non riuscivo a farmi accettare come padre, non solo da mio figlio, ma anche da lei.
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The Memory Remains
FanfictionZiva è a Tel Aviv, Tony a Washington con il resto della squadra. Sono passati 3 anni da quando lei decise di rimanere in Israele, ma un evento inatteso sconvolge le loro vite e le loro decisioni: Tony viene rapito e portato a Tel Aviv e solo Ziva ch...
