20. Cercare aiuto
Iniziò a piovere incessantemente proprio quando uscimmo dal Narconon Arrowhead. Le nuvole nel cielo già prima minacciavano pioggia e manifestarono la loro ira nel bel mezzo della strada tra la clinica e il bar. Mio padre aveva proposto di andare in un posto tranquillo per parlare, così ci dirigemmo in uno dei tanti bar sulla strada; nel frattempo nessuno parlò. Quel silenzio però risultò un bene: assieme alla pioggia servì a schiarirmi le idee.
Il marciapiede era pieno di pozzanghere, le notai perché tenni lo sguardo fisso verso il basso.
Mio padre si mise il cappuccio, mentre io mi limitai a mettere le mani in tasca, in quel momento ripararmi dalla pioggia era l'ultimo dei miei pensieri.Cinque miseri minuti di cammino separavano la clinica dal bar, eppure a me sembrarono ore immense. L'agitazione, stranamente, era scomparsa del tutto, forse grazie all'acqua che cadeva senza sosta dal cielo o forse perché ormai non avevo più nulla da perdere.
Quando arrivammo all'interno del bar tirai un sospiro di sollievo; i vestiti, per colpa della pioggia, sembravano incollati alla mia pelle.
Ci sedemmo attorno ad un piccolo tavolino nel lato destro del locale, sempre in silenzio. Non volevo essere io la prima a parlare, anche perché non sapevo cosa dire e perché sarebbe stato normale essere tartassata di domande, non porle.
Il locale non era affollato e di conseguenza il rumore era poco. L'ambiente che mi circondava era accogliente e il profumo di caffè non faceva che calmarmi.
"Che ci fai qui?" chiese, dopo interi minuti di silenzio.
"Conosci già il perché" risposi,"è inutile chiederlo"
Lui negò in modo beffardo e con un leggero sorriso, adottando lo stesso atteggiamento che mi aveva fatto sentire a disagio tante volte.
"Ti sbagli" replicò. "Non ho idea del perché tu sia qui"Stava accadendo ciò che non doveva accadere: con poche parole e con qualche sguardo aveva distrutto il mio coraggio e le motivazioni che mi avevano spinta ad affrontare quel viaggio e andare ad aiutarlo.
Sapeva benissimo perché fossi lì, ma al posto di evitare la domanda e aspettare che la questione venisse sollevata nel corso di una normale conversazione, voleva farmi sentire a disagio in modo da avere il coltello dalla parte del manico. Questo era il suo modo di fare, niente e nessuno era stato in grado di cambiarlo.Fortunatamente, proprio quando dalla sua bocca stava per uscire un'altra frase che avrebbe definitivamente distrutto quel briciolo di coraggio che mi era rimasto, da un angolo spuntò una cameriera. La donna aveva in mano un vassoio che conteneva solo una tazza di caffè per l'uomo che avevo davanti.
Quando la cameriera se ne andò, ricominciammo la conversazione, ma questa volta da zero.
"Come va?" domandò mio padre, bevendo un sorso di caffè.Mi schiarii la voce, cercando di non fargli notare il mio nervosismo che continuava a crescere.
"Bene" dissi, ignorando l'esistenza di ogni problema che mi affliggeva, di ogni mia preoccupazione e del senso di vuoto con cui avevo imparato a convivere. "Tu come stai?"Appoggiò la tazza di caffè sul tavolo e sospirò.
"Potrebbe andare meglio"Era invecchiato molto negli ultimi anni: i capelli ormai non erano più castani e vivi come lo erano un tempo, diverse rughe circondavano il suo volto e gli occhi erano più spenti del solito.
Sembrava forte ed invincibile, eppure era fragile come un castello di carte; era apatico, sembrava che niente e nessuno gli facesse effetto; era un uomo solo e triste. Viveva in una solitudine perenne e questa situazione lo accecava del tutto.La discussione si concuse nuovamente, anche se noi avevamo parlato poco e il fatto non sembrò sfiorarlo.
"Tutto questo è ciò che hai da dirmi?" gli chiesi e lui fu costretto ad alzare lo sguardo. "Me ne sono andata e tu non mi hai nemmeno chiamato, non ti sei preoccupato di come stessi, non ci siamo visti per più di tre anni e tutto quello che hai da chiedermi è come sto?"
L'uomo sospirò, riflettendo in silenzio; il suo atteggiamento non era cambiato affatto.
"Dimmi solo perché sei qui" domandò con un filo di voce.
"Sono venuta qui per aiutarti" risposi, senza rancore, come se tutto l'odio che lui provava nei miei confronti non mi facesse effetto, quando in realtà non faceva altro che distruggermi.
Aveva chiaramente bisogno d'aiuto e, nonostante tutto, io gli avrei dato una mano e sarei sempre stata al suo fianco.L'uomo abbassò lo sguardo e riflettè un paio di secondi.
"Metti da parte l'orgoglio" dissi, sporgendomi nella sua direzione e posandogli una mano sulla spalla. "Metti da parte il passato e i risentimenti e pensa che grande uomo potresti diventare se soltanto lo volessi. Non c'è niente di male nel chiedere aiuto, io sono qui per te"
Alzò lo sguardo; i suoi occhi freddi e vacui si scrontarono con i miei, provocandomi un dolore nel petto.
"Non ho chiesto aiuto" rispose "non ne ho bisogno"
"I tuoi occhi dicono il contrario, perché menti a te stesso? Non c'è nulla di sbagliato nel chiedere aiuto, perché solo così si può cambiare.
Una volta ero come te, testarda e troppo fiduciosa di me, eppure così fragile. Mi ero fatta male così tante volte che ormai una ferita in più o una in meno non faceva differenza sulla mia pelle, ma nel mio cuore sì. Solo quando ho avuto il coraggio e la forza di farmi aiutare ho capito quanto tempo avessi sprecato ad asciugare le mie lacrime"I suoi occhi ritornarono di nuovo fissi sul pavimento, mentre la sua corazza di vetro iniziò a spezzarsi data la troppa vulnerabilità. La sua corazza era più fragile delle foglie secche su un esile ramo di un alberello, più soffocante di un ascensore per una persona claustrofobica e più falsa della verità che gli uomini ci hanno da sempre offerto su un piatto d'argento.
"So che vorresti chiedere aiuto, ma sappi che per farlo basta solo lasciarsi per una volta guidare da quello che senti nel cuore e non da quello che sei costretto ad essere"
Nell'esatto momento in cui sentii la sua corazza distruggersi completamente, mio padre si alzò dalla sedia, lasciandomi a bocca aperta.
"Ti ripeto che non ho bisogno di aiuto, tantomeno il tuo" disse con il tono della voce piuttosto alto e scandendo attentamente ogni parola. "Nessuno ti ha chiesto di venire qui ed intrometterti nella mia vita, perciò o vai ad aiutare qualcun altro, visto che senti tanto il bisogno di farlo, o te ne vai"
Quando, subito dopo aver finito la frase, uscì dal locale a passo svelto e deciso, notai che tutti i presenti, seppur pochi, avevano gli occhi fissi su di me ad osservare la scena come se fossero a teatro.
Sotto lo sguardo imbarazzato ed incuriosito di tutti lasciai un paio di spiccioli sul tavolo per pagare il caffè che non avevo bevuto io e me ne andai.La pioggia non aveva cessato di cadere nemmeno per un istante e per questo ringraziai i nuvoloni neri sopra la mia testa per aver fatto confondere l'acqua dal cielo con le mie lacrime, calde e salate.
Diretta in nessun luogo, camminai svelta sotto il temporale per molto tempo, cercando di ignorare la malinconia e la tristezza che provavo per qualcuno che non meritava nemmeno un briciolo del mio amore, ma che sfortunatamente sarebbe stato per sempre nel mio cuore.
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Tunnel; jdb
FanfictionAvevo lasciato una prigione per entrare in un'altra. Quel tunnel sembrava non finire mai; mi toglieva il respiro, mi feriva. Quando ero nel tunnel mi domandavo il senso di tutto ciò e soprattutto perché doveva accadere a me. Certe volte, il proprio...