7. Tutto andrà bene
Alcune volte mi domando se la morte di molte persone è davvero causata dal cancro. Dopotutto, il cancro vuole solo vivere e non per questo significa che voglia porre fine alla vita di molti. Eppure lo fa e basta.
Il cancro è un fulmine a ciel sereno, una bomba che ti colpisce, una scarica elettrica che ti stordisce.
Il cancro fa morire le persone e coloro che stavano accanto ad esse. Il cancro non fa morire solo il suo sfortunato ospite.
Il cancro è una delle poche cose che vede tutti allo stesso modo. A lui non importa chi sei, la tua età e dove vivi. Non gli importa il colore della tua pelle, le tue passioni, i tuoi traguardi, le tue cadute e le tue risate. Al cancro non importa quale sia il tuo reddito e qualsiasi altra cosa che sia in relazione a te. Lui ti sceglie e basta. Lui vive e basta, uccide e basta.
Ma perché accade tutto questo? C'è una ragione a tutto ciò?
Forse no, probabilmente non esiste, eppure io volevo cercarla perché sono convinta che tutto quello che ci accade abbia un senso, uno scopo nelle nostre vite. Non è solo un caso, niente è mai un caso.
Da una disgrazia può nascere una nuova vita, un giorno qualunque può diventare il più bello di sempre perché tutto ciò che ci succede accade con un fine specifico, basta solo trovarlo.
Nonostante ci credessi davvero, non riuscivo a non abbattermi. Questo modo di pensare mi dava forza, ma non abbastanza. Anche se imponevo a me stessa di essere forte, non lo ero.
Ormai non riuscivo più a guardare Charlotte senza pensare a quello che le poteva succedere. Non riuscivo più a pensare lucidamente tanto che ogni momento in cui avevo spazio per riflettere, i miei pensieri finivano per distruggermi.
Ogni notte, invece di dormire, cercavo la ragione. Forse dovevo imparare ad apprezzare di più la vita, perché quando si sfiora la morte, la vita alla fine sembra sorriderci, ma nonostante stessi sfidando ogni cosa, nulla mi sorrideva.
Mentre lasciavo i miei pensieri distruggermi, mi domandavo chi fosse il responsabile di tutto.
Justin mi disse che non esisteva e che le cose erano così e basta, ma non gli credevo molto.In realtà non mi interessava più di tanto conoscere il responsabile della malattia di mia figlia, volevo solo che lui capisse che non poteva portarla via da me. Speravo lui fosse in grado di sentire i miei pensieri e di capirli. Speravo lui non avesse un cuore di pietra. Io desideravo solo vederla star bene.
***
"Potrei parlarti un attimo?" domandò Justin quando entrò in casa. L'odore della pizza che stavo preparando ormai aveva invaso l'intera cucina.
Mi voltai verso di lui e solo in quel momento notai quanto fosse stanco.
"Certo, Justin" risposi sedendomi. Dopo poco, lui si mise vicino a me e prese le mie mani tra le sue.
"Mi dispiace se non ti ho detto prima queste cose, ma per un po' di tempo non sono stato in me. Avrei dovuto dirtele da quando abbiamo scoperto cosa sta succedendo a Charlotte, eppure non l'ho fatto" mi disse accarezzandomi dolcemente il viso.
"Justin, che cosa succede?" gli domandai. Aveva degli occhi strani, più spenti rispetto al solito e non sapevo se preoccuparmi o meno.
"So cosa pensi, so come ti senti, anche se non me lo dici"
"Cosa intendi?"
Esitò un attimo, ma poi riprese a parlare.
"So che questa cosa ti sta distuggendo, Genesis. Lo so e non provare a negarlo.
So che sei preoccupata, in realtà lo sono anch'io, però ti prometto che tutto andrà bene".Solo in quel momento compresi le sue intenzioni e, nonostante il suo intento fosse quello di farmi sentire meglio, accadde esattamente il contrario.
Mi sentii proprio come quando non riuscivo a mettere piede fuori casa, mi sentii inutile, ma forse lo ero davvero.Da quando ci conoscevamo, avevo sempre aspettato che fosse Justin ad aiutarmi e a tirarmi sù. Non era mai successo il contrario e, in quel momento, entrambi avevamo bisogno del conforto dell'altro, eppure dalla mia parte non c'era nulla.
Justin mi dava il mondo tra le mani e tutto quello che io potevo offrirgli a confronto era sabbia.
Avrei voluto anche io donargli il mondo, però non ci riuscivo. Avrei dovuto essere forte anche per lui, ma non lo ero.Mi faceva sentire tremendamente in colpa e sapevo che anche lui aspettava un conforto da parte mia. Non lo avrebbe ammesso nemmeno sotto tortura, però sapevo di aver ragione.
"So che per te è difficile, lo è anche per me, però dobbiamo andare avanti.
Non sto assolutamente dicendo che sia semplice, ma devi cercare di non farti prendere troppo da questa situazione".Abbassai lo sguardo e ad ogni sua parola avevo voglia di sprofondare per i sensi di colpa.
"Ormai è da quando lo abbiamo scoperto che non sei più in te e ti capisco, in realtà hai molte ragioni per essere così, ma non devi lasciare ugualmente che questa cosa ti distrugga, okay?" finì di parlare per poi sorridermi con dolcezza. A quel gesto il mio cuore si scaldò, ma la mia coscienza subì un brutto colpo.
Non avendo il coraggio di parlare, mi limitai ad annuire.
Non era sicuramente intenzione di Justin farmi sentire più colpevole, lui non voleva questo, però non riuscivo a sentirmi in altro modo.Ero sul punto di dirgli cosa pensassi, però alla fine non lo feci per paura di peggiorare la situazione.
"Andrà tutto bene, te lo prometto"
"Non posso pensare altrimenti" risposi con un sussurro "non posso pensare di perderla per sempre"
Justin mi strinse delicatamente a sé.
"Non la perderemo"Fuori la luce se ne andava, le persone rientravano nelle loro case, Charlotte giocava al piano di sopra e intanto Justin mi stringeva, ma ad ogni secondo trascorso sentivo il mio cuore spegnersi sempre un po' di più, chiedendomi fino a quanto esso sarebbe stato in grado di emanare almeno un po' di luce.
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Tunnel; jdb
FanfictionAvevo lasciato una prigione per entrare in un'altra. Quel tunnel sembrava non finire mai; mi toglieva il respiro, mi feriva. Quando ero nel tunnel mi domandavo il senso di tutto ciò e soprattutto perché doveva accadere a me. Certe volte, il proprio...