37. La vera bellezza
Appena varcai la soglia della porta ricoperta con disegni di ogni tipo, dovetti un attimo abituarmi alle grida e alle risate dei bambini che giocavano tra di loro. Nella sala, una quindicina di bimbi si girarono a guardarmi anche se non mi prestarono più di tanta attenzione: erano troppo concentrati a giocare, chi seduto su qualche piccola sedia colorata, chi a terra. Il caos causato dalle voci, dalle urla e anche dai pianti dei piccoli allievi, come in ogni asilo, era veramente eccessivo e quando vidi spuntare da un angolo una delle due maestre che ogni giorno si prendevano cura e facevano divertire i bambini, mi sorpresi di vederla così tranquilla: molte persone, al suo posto, non sarebbero riuscite a stare in un luogo del genere nemmeno per un'ora. Lei, invece, una donna di mezza età sempre solare e sorridente, non riusciva a stare lontana dal suo asilo e dai suoi piccoli alunni nemmeno per un giorno.
Mi salutò con gentilezza, avvertendomi che Charlotte era rimasta nell'altra sala e che sarebbe andata immediatamente a prenderla per portarla da me. Nel frattempo, un bambino dall'aria vivace, dopo aver fatto cadere una torre di mattoncini colorati, scoppiò in lacrime.
La maestra mi lanciò un'occhiata esausta, poi sorrise.
"Scusami un attimo" disse, "adesso vado a prendere Charlotte"Andando verso l'altra stanza, la donna prese in braccio il bimbo in lacrime, gli sussurrò qualcosa all'orecchio e lui smise di disperarsi.
La sua pazienza era ammirevole, una qualità che molte madri le invidiavano, ma non solo loro. Essere pazienti è una caratteristica che ci porta ad essere migliori, dunque perché non valorizzarla?
Quando la maestra tornò da me era senza il bambino che fino a poco prima piangeva, ma in compenso teneva per mano Charlotte. Non appena la vidi le sorrisi istintivamente: non la vedevo da quella mattina e nonostante il tempo che ci aveva separate non era così consistente, lei mi era mancata. Ogni volta che Charlotte non c'era sentivo dentro di me una strana e dolorosa sensazione impossibile da ignorare. Ogni cosa che vedevo, in qualche modo, mi faceva tornare in mente il suo sorriso.
Appena mi vide, mi chiese subito quando saremmo tornate a casa: questa sua domanda, in qualche modo, fu il primo campanello d'allarme. Ogni volta che Justin o io andavamo a prenderla all'asilo per riportarla a casa, Charlotte faticava a lasciare quel luogo e quindi tutti i suoi compagni di giochi. Lei amava stare in mezzo agli altri e ogni occasione era buona per divertirsi in compagnia.
Appena Charlotte mi domandò di andare a casa, sul volto stanco della donna davanti a me comparve una strana espressione che, personalmente, non ero in grado di decifrare.
La piccola nel frattempo allungò entrambe le braccia verso di me, iniziò ad agitarle in aria finché non la presi in braccio; lei si appoggiò a me e mi strinse forte.
Il comportamento insolito di Charlotte e l'espressione vigile e attenta della sua maestra iniziarono a farmi capire che qualcosa non andava.La donna lanciò un'ultima occhiata dietro di sé, guardando i bambini che giocavano in mille modi e con strumenti diversi: c'erano bambine che giocavano con le bambole, bambini che gareggiavano con le loro macchinine, facendole sfrecciare per il corridoio e altri che coloravano un disegno silenziosi, a volte sbadigliando.
"Potresti seguirmi in cortile, Genesis?" parlò la donna in modo piuttosto maldestro e imbarazzato. "Vorrei scambiare qualche parola con te"
Mi limitai ad annuire; non avevo la minima idea di cosa volesse comunicarmi la maestra e perché il fatto di parlare con me la rendesse tanto nervosa.
La donna camminò fino alla porta, per poi gridare ai suoi allievi che sarebbe tornata subito, nonostante loro non avessero bisogno di lei. Quando fummo in cortile, una piccola area verde all'aria aperta, chiesi a Charlotte di andare qualche minuto sopra l'altalena rossa al centro del prato, e lei ubbidì. A terra erano rimasti ancora alcuni giochi dei bambini che fino a poco prima avevano usufruito delle altalene e dello scivolo che l'asilo metteva a disposizione; Charlotte notò che tra essi c'era anche un suo animale di pezza e, dopo averlo raccolto e pulito leggermente della terra che gli ricopriva il muso, lo strinse a sé.
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Tunnel; jdb
FanficAvevo lasciato una prigione per entrare in un'altra. Quel tunnel sembrava non finire mai; mi toglieva il respiro, mi feriva. Quando ero nel tunnel mi domandavo il senso di tutto ciò e soprattutto perché doveva accadere a me. Certe volte, il proprio...